Mar. Giu 25th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Avere fame di Dio, è questa la vera opportunità di redenzione

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di Luigi Rossi
di Luigi Rossi

bon_121263La prima lettura della liturgia della parola relativa alla XVII domenica per annum riferisce dell’azione d’intercessione fatta da Abramo per salvare Sodoma e Gomorra dalla distruzione; indica cioè che la storia ha per protagonisti l’uomo e Dio, storia della salvezza che, alla fine, vedrà prevalere non il male, causato da come l’uomo vive, ma la misericordia del Signore, che offre a tutti la possibilità di salvarsi. Perciò è determinante non lasciarsi vincere dal senso dello sfascio ineluttabile; invece occorre fissare sempre il versante del bene perché l’umanità è salva finché qualcuno è disposto a non rassegnarsi al male, pronto a rivolgersi a Dio nella fiducia e nella costanza della preghiera.

“Signore, insegnaci a pregare”: è l’implorazione dei discepoli nel passo del vangelo proposto alla nostra riflessione. Hanno visto tante volte il maestro immerso nell’orazione per cui sentono il desiderio di imitarlo iniziando dall’uso dell’invocazione Padre, tipica di Gesù. Pregare in qualità di figlio, ecco l’originalità cristiana per santificare il nome di Dio, che rimane sempre  il vero protagonista della preghiera. Di Lui si desidera «santificare il nome», cioè  consentirGli di svelare nella storia il suo volto: è il dono del Regno per la cui costruzione il discepolo è disposto a collaborare. Perciò si chiede il pane quotidiano, sufficiente per un giorno, pronti a gustarlo con sobrietà e a condividerlo per rinsaldare la fraternità. Se questi propositi non sono sempre mantenuti allora si sollecita il perdono, ottenibile quando si è disposti a perdonare gli altri. L’esperienza di vita in comune ha le sue difficoltà per questo si chiede di non essere indotti in tentazione nel tempo della passione e della persecuzione, del dubbio e del turbamento, delle prove quotidiane che rischiano di indebolire la fede.

Sono le modalità della preghiera come le ha insegnate Gesù, che ci impegna a fare ciò che chiediamo, programma di vita del vero figlio di Dio. Esso ci libera dalla inerzia e dalla pigrizia per operare secondo la sua volontà, pronti al pellegrinaggio senza confondere lo spirito della preghiera con le preghiere come formule. Già il desiderio è una preghiera, non c’è bisogno di moltiplicare gesti ed aride parole perché l’orazione implica sempre un dialogo interpersonale, perseverante ed insistente, per poter purificare le nostre intenzioni e ciò che chiediamo

Gesù propone non solo formule, ma sollecita un atteggiamento, uno stato d’animo, cioè la preghiera come richiesta insistente di ritornare di nuovo a Dio, creare con lui un legame preciso, fatto di nomi e di volti che si specchiano nel Padre. La relazione con Lui si trasforma in un invito a mantenere un cuore di fanciullo riconoscente verso chi dona la vita. A queste condizioni è possibile ambire al cibo di amore che ci fa vivere, mentre la consapevolezza della nostra caducità ci deve indurre a invocare il Padre ogni giorno in relazione alle esperienze del momento per apprezzare le sue carezze di gioia, sentire la consolazione della sua mano quando il dolore graffia anima e corpo, percepire che la presenza dei fratelli è il segno più evidente della fame di Dio, vera opportunità di redenzione.

 

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