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Bartolucci e De Simone, sperimentiamo ripartendo da qui

Bartolucci e De Simone, sperimentiamo ripartendo da qui
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

Il regista De Cristofaro

Dobbiamo essere grati a Francesco Forte e Vincenzo Esposito per avere anche quest’anno vivacizzato, con la seconda edizione dei “Colloqui di Salerno 2016”, un avvio di stagione culturale e teatrale salernitana abbastanza fiacca e scontata. Tra un ennesimo “Nabucco” di Verdi nella stagione lirica e i prossimi appuntamenti di prosa che poco offriranno alla curiosità e intelligenza dei sempre meno e demotivati spettatori, i due promotori hanno offerto, in quattro cinque giorni di programmazione tra Università e la sala Pasolini, un’occasione notevole per fare il punto su due grandi personaggi della storia delle nostre scene, Roberto De Simone e Giuseppe Bartolucci (l’anno passato i due personaggi furono Ernesto De Martino e Tadeusz Kantor). Di De Simone si è ampiamente discusso in un intenso e bel convegno universitario dove antropologi, storici del teatro e pedagogisti si sono confrontati sull’opera del maestro napoletano che ha così fortemente caratterizzato sia il mondo etno-musicale che teatrale italiano a cominciare dagli anni settanta del secolo appena trascorso. Lombardo Satriani e Paolo Puppa, solo per citare le punte di diamante dei tanti e validi interventi che nell’ambito del convegno si sono succeduti, sono stati bravissimi a tratteggiare le dinamiche esoteriche di un maestro magmatico che, seppure poco amante del “novecento”, è stato un ardito sperimentatore dei linguaggi artistici (come ha ben sottolineato Annamaria Sapienza), capace di farsi autentico artefice di un ripensamento iconoclasta e radicale della tradizione e del mondo popolare. A seguire, l’omaggio doveroso a Giuseppe Bartolucci, verso il quale tutti noi salernitani abbiamo numerosi debiti di riconoscenza. Questo omaggio giunge ad un ventennio dalla sua morte (1996) e si pone come l’inizio di tante altre iniziative che da qui in avanti si svolgeranno in varie parti del Paese e che cercheranno di far conoscere, soprattutto ai più giovani, il talento e la capacità di questo scopritore e fiancheggiatore di teatranti che svecchiarono ed emanciparono la scena italiana. Bartolucci, inoltre, colla sua operatività e col suo acume critico, negli anni settanta, insieme con Menna, Mango e tanti altri, indicò anche alla nostra città una vocazione possibile al contemporaneo.

“La scrittura scenica”, parola sua, inaugurale per un nuovo lessico del teatro italiano, determinerà da allora in avanti destini e avventure dall’esito non scontato e prevedibile. Negli anni successivi, per la verità, poco è rimasto di quegli anni d’oro. Pur tuttavia, sarebbe ingeneroso non ricordare l’impegno di alcuni che, in questi anni, a quell’esperienza si sono rifatti per cercare di portare avanti la ricerca del nuovo. Certo, i contesti sono cambiati e, soprattutto, le parole d’ordine allora in voga quali passione e partecipazione, sembrano essere diventate oggi parole desuete e fuori corso. Nonostante tutto, questi “Colloqui”, più che una mera operazione nostalgica, possono rappresentare una preziosa esperienza da cui ripartire.

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