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Bassani, il divenire dello scrittore dalla doppia diversità

Bassani, il divenire dello scrittore dalla doppia diversità
di Rosaria Fortuna
Giorgio Bassani è tornato agli onori delle cronache grazie al tema di maturità di quest’anno.
Pur essendo tra i maggiori scrittori del secondo Novecento italiano, da un certo momento in poi vi fu un’inversione di tendenza nei suoi confronti, inversione che alla luce dell’importanza che le sue opere hanno per la memoria storica del nostro paese qualche danno ha provocato. Le ragioni di ciò sono da ricercare nella sua attività di editor.
Bassani rifiutò ad Alberto Arbasino la pubblicazione di “Fratelli d’Italia”, per via del linguaggio  e della struttura del testo, in qualità di consulente  editoriale della sede romana della casa editrice Feltrinelli. Questo provocò  una guerra  all’interno della redazione milanese, che in quel momento stava curando la pubblicazione della neoavanguardia, corrente letteraria  che si stavano definendo ed affermando in Italia. Una guerra che portò al licenziamento di Bassani da parte della casa editrice. La cosa ebbe anche un altro pesante risvolto, l’intera opera di Bassani venne degradata a letteratura di serie B. Bassani non se ne curò, e continuò a frequentare i letterati italiani. Con Carlo Emilio Gadda ma anche con Italo Calvino, che lo considerava un maestro, aveva una affettuosa consuetudine di rapporti, ma queste guerriglie ebbero un peso sulla lettura critica ed analitica del sua intera opera.
Cosa imputava la neoavanguardia a Bassani? Il suo essere borghese, dimenticando che Bassani aveva dovuto fare, amaramente, i conti con  la sua doppia condizione di diverso, e cioè di ebreo e di scrittore e, nello stesso tempo, a loro era sfuggito il continuo lavorio che Bassani compì sulle sue opere.
Perché non si compresero al punto di confinare l’opera di Bassani in una dimensione letteraria decadente ed ombelicale, lui che era già considerato negli anni ‘60 tra i massimi scrittori italiani?
La ragione è di carattere squisitamente estetico, dimensione che in quel periodo la neoavanguardia definiva futile. Ma questa dimensione, tutt’altro che futile, nemmeno le leggi razziali avevano oscurato, quando  la  vita di privilegiato per censo e per cultura di Bassani fu azzerata.
Lo scrittore scoprì che niente esisteva più di ciò in cui credeva, ma che l’unico modo che aveva per superare questa perdita era mantenere fede a cioè che egli era, rinascendo attraverso una  scrittura in grado di consegnare al mondo le memorie della sua esistenza perduta e quindi gettare le basi per un nuovo romanzo italiano.
Dal libro di debutto “Una città di pianura”, pubblicato con lo pseudonimo di Giacomo Marchi, a “Storie ferraresi”, fino a “Il Giardino dei Finzi Contini” questo processo si rivelò lungo.
Se la scelta dello pseudonimo, all’inizio, dimostra il bisogno di nascondersi e di lasciare spazio solo alla parola scritta, nelle “Storie ferraresi” Bassani diventò il cronista anonimo alla maniera di Dostoevskij; ne “Gli occhiali d’oro” e ne “Il Giardino dei Finzi Contini”, invece, il protagonista è proprio lui, Giorgio Bassani. Finalmente  la sua doppia diversità viene alla luce. I Finzi Contini sono il suo (doppio) alter ego, in quanto depositari della cultura ebraica, ma si rivelano anche uguali a Bassani scrittore perché amanti della solitudine e dell’accettazione consapevole della propria diversità. Da qui la ricomposizione di una doppia condizione umana e di un disagio esistenziale causato dal contingente, il fascismo, ma anche dalla condizione all’interno della società letteraria italiana, dove Bassani pagava lo scotto di questa sua non omologazione. Potremmo definirlo un caso di invidia di classe, il suo, caso che ha di molto rallentato, o forse azzerato, la possibilità di comprendere la lacerazione profondissima che il Fascismo provocò al Paese. E così Bassani, mentre avanza a piccoli passi nel libro per avvicinarsi al segreto dei Finzi Contini, descrivendo il segreto della sua identità, così avanza verso Micol, la sua parte femminile, per scoprire che la vita è fatta della imprevedibilità feroce del presente, e di questo lui (Micol) non si sdegna. Sa che su ogni cosa il tempo spargerà la propria coltre impalpabile e leggera.
Bassani passò, grazie a questa operazione complessa, dall’osservazione ossessiva e decadente della realtà di Proust, alla pragmaticità poetica e distante di Flaubert, grazie anche alle scoperte editoriali che faceva in virtù del suo lavoro. Sua fu la scoperta di Pasternak e a lui si deve la pubblicazione del Gattopardo, rifiutato da Vittorini per Einaudi. Come a lui si devono la pubblicazione di Dylan Thomas e di Truman Capote, autore che amava e di cui apprezzava il taglio realistico e fotografico, tipico della scrittura giornalistica più che di quella narrativa, soprattutto  in “A sangue freddo”. Fu anche il primo a descrivere l’omosessualità in chiave realissima ed umana con “Gli occhiali d’oro” proprio perché la sua doppia diversità lo metteva, irrimediabilmente, di fronte alla difficoltà di diventare trasparente per gli altri, quando per gli strani giochi della vita si viene catapultati altrove, ma privati della propria dignità.

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