Basta bla, bla, bla. L’anima è altrove

Basta bla, bla, bla. L’anima è altrove
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

Se la verità non è altro che una chimera, allora, è tempo d’applausi a scena vuota. Forse, questa seriosa spiritosaggine avrebbe fatto divertire il grande Totò: “una quisquiglia, a prescindere”. Purtroppo, quella scena, oggi, è piena di politici sordi, incapaci d’ascoltare il dolore della propria gente. Essi, producono, ormai, solo un fastidiosissimo chiacchiericcio, un vuoto bla bla bla, divisi, come sono, tra televisione, rete e carta stampata: onnipresenti. Intanto, le città si infiammano, le periferie urlano la propria disperazione e le scuole sono devastate da vandali, sempre più sprezzanti del bene comune. Gli italiani non fanno più figli; o meglio, ne fanno troppo pochi. La speranza sembra avere abbandonato definitivamente il nostro popolo. Sfiduciato, diserta finanche le urne. Il primo partito del paese è costituito, di fatto, dai milioni di elettori che a votare neppure ci vanno. Che fare, allora? Abbandonarsi a questa deriva, “all’autunno del nostro scontento”, all’angoscia in una vita priva di un futuro possibile per i nostri figli?  No, questo non è possibile. Bisogna rimboccarsi le maniche e fare ognuno daccapo il proprio dovere. Svegliare questa “bella addormentata”, qual è stata l’Italia in questi anni, e riprendere a camminare a testa alta per recuperare tutte le posizioni perdute in quest’ultimo ventennio. Per fare questo, bisogna cominciare dalle nostre città.  Liberarle dalla demagogia, dal sogno di grandezza in cui le hanno precipitate i “piccoli principi” che, sorretti da una legge che dava loro poteri speciali, le hanno trasformate in piccoli stati personali, con finanze allegre e troppo disinvolte. Tutti ad inseguire eventi, passeggeri e fatui, che hanno avuto solo il merito di svuotare le casse lasciandole vuote. Tutti a costruire coi soldi pubblici monumenti e piazze, firmando e marcando così per l’eternità la propria presenza, il proprio passaggio: a scapito di beni e servizi veri per la collettività.  Di contro, ho sempre creduto che le città, piccole o grandi non conta, avessero un cuore e un’anima. Un cuore e un’anima pronti, prima o poi, a chiedere il conto dei soprusi subiti. Non rinuncio a pensarlo, non voglio dubitarne. Pure se tutto sempre più si scontorna, anche se la memoria si sgrana e le utopie e i sogni svaporano. Anche se siamo sempre più trascinati dentro un vortice d’omologazione, un baratro di indifferenza e cinismo. “Che cosa ci resta del passato?”, diceva il ritornello di una bella e malinconica canzone di qualche anno fa. Qualche rimpianto, una foto, un “avrei voluto ma …”. Anche se passano i giorni dentro un’apatia malata e non abbiamo voglia di niente. Eppure, no. Dobbiamo riprendere per mano le nostre vite e rimetterle in cammino verso una nuova e più partecipata democrazia. Il tempo è scaduto, la ricreazione è finita.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *