Basta Cilento dei mediatori

Basta Cilento dei mediatori
di Luigi Rossi

28102014_bmta-paestum_03È la notte delle streghe ed attraverso in automobile Paestum, che ospita le strutture della borsa del turismo. Sull’antica città murata domina la falce della luna, generatrice di paure, evocazione di trapassi e morte. Viene, quindi, spontaneo ricercare rifugi e sublimazioni; ma è difficile trovarli tra il fatuo ed effimero inseguirsi dei cubi, palle gonfiate che ospitano i convegnisti segnando una distanza siderale rispetto ai finitimi templi, patria del nous celebrato con matematiche proporzioni che generano equilibrio ed estatica stabilità emotiva.

Incomincio a riflettere e appare la sirena cilentana col suo canto che sfida i millenni, parte integrante di una civiltà europea, italiana e mediterranea dalla individualità geografica e dall’identità locale ben marcate. Da sempre periferia di più dinamici laboratori politici ed economici, conserva in sé il primato di una stratificazione di esperienze, dalla preistorica all’italiota-lucana, dalla greco-romana alla cristiana latino-bizantina, e poi la barbarica con i longobardi, la feudale, le tante dominazioni estere, grandi fasi di rottura, senza mai precipitare nell’isolamento anche dopo l’Unità, malgrado il processo di marginalizzazione per le persistenti elementari vocazioni socio-economiche.

L’assenza della città ha radicato situazioni di subalternità, quindi il prevalere dello status quo. La conferma negativa è data dalla politica: manca una vera partecipazione, perdura la delusione per il monopolio dei mediatori sotto ogni regime e l’autoflagellazione del pianto greco come perdita della speranza. Malgrado la globalizzazione dei mercati e dell’economia, i suoi valori culturali conservano sempre una funzione ed una particolare identità. Civiltà d’incontri, amalgama, convivenza di culture; anima itinerari ed evoca fantasmi pronti a sollecitare dinamiche dello spirito in grado di rendere imperituro il mito grazie al nous, che lo guida nel peregrinare interiore, e al pathos che lo arricchisce di sentimenti.

I vorticosi cambiamenti odierni generano insicurezza, la diffusa stanchezza per effimeri stili di vita spinge a ricercare il paradiso perduto grazie ad un percorso che diventa anche meta: itinerarium verso la terra promessa e metanoia per cambiare mentalità alla ricerca di valori. Ne deriva la funzione catartica della cultura, esperienza esaltante e quasi mistica. La mitopoiesi del sogno diventa corroborante presenza del bello e nell’angusta dimensione dell’io trova spazio e consistenza la discreta ma illuminante presenza di un popolo che si ricarica, pronto alle tante sfide del quo­tidiano.

Durante i giorni dedicati alla Borsa del turismo si è considerato il Cilento come rifugio che ha sperimentato e salvaguardato, quindi può riproporre la sua esperienza di vita alla post-modernità? Si è presentato il Mediterraneo come un accattivante pellegrinaggio dei cultori europei del mito alla ricerca di una terra felice e splendida, pervasa di memorie che sollecitano un processo d’identificazione mentre si attraversano paesaggi d’incanto e paesi dove il vortice del tempo sembra fermo e tanti ancora attendono la pesca miracolosa, come quella descritta da Ungaretti quando racconta del ritrovamento della testa di Apollo nelle acque di Pioppi?

Questi tesori, che invitano ad una esperienza olistica, dipendono dalla capacità di gestione dei luogotenenti dei poteri forti, improbabili eroi di una disastrata poliburocrazia, pronta a produrre tecnici senza sensibilità umanistica ed arcadi dal nozionismo spicciolo. Intanto, il popolo rimane indifferente e i giovani psicologicamente distratti e culturalmente distanti. Si perde perciò la specificità di un’area dove ancora tra magna mater ed uomo è riscontrabile il rapporto armonico, simpatetico, irenico, ecologico, che non soddisfa i portatori d’interessi economici distratti e frettolosi, né  il potere accentrato e processi decisionali vertici­stici. Ma chi vi fa ritorno sa cogliere le peculiarità di uno spazio interno ed e­sterno all’io per acquisire una cultura veramente formativa, ricca di saperi consapevoli del passato, protagonisti del presente, sensibili a progettare il futuro per sperimentare un’educazione di sapore socratico: capace di dare contezza delle radici e costruire le ali; orgogliosa della propria storia, cosciente che se illumina il presente non lo determina; memoriale di una civiltà ricca di segni, abbellita dai monumenti e contrassegnata da simboli dalla lettura intricata, ma che aiuta a ritrovare nel panta rei del quotidiano l’ineffabile e rassicurante certezza dell’Essere.

Preso da questi pensieri, non mi accorgo di aver fatto il periplo delle mura illuminate, baluardo sicuro del Tempio di Nessuno, celebrazione del numinoso. Ormai comincio a distanziarmi, il bus acquista velocità, lancio un ultimo sguardo alla basilica, spazio stimolante per l’intelletto umano; fisso la “falce” della luna e mi sento vincitore dell’inesorabile scorrere del tempo, perché, nonostante tutto, il bello ha battuto la morte.

 

 

redazioneIconfronti