Beatificare Aldo Moro?

Beatificare Aldo Moro?
di Luigi Rossi
Lo storico Luigi Rossi
Lo storico Luigi Rossi

Lunedì, nell’ambito del corso di Formazione per i docenti “Cittadinanza e costituzione”, presso il Liceo Tasso di Salerno si è tenuto, in occasione della centenario della sua nascita, un convegno sul tema “Aldo Moro: l’uomo, lo statista” alla presenza del postulatore della causa di beatificazione del politico pugliese. Indubbiamente i docenti hanno scelto un argomento ostico, ancora oggetto di reiterati tentativi di oscurare la verità. Parlare di Moro per comprendere che cosa egli ha fatto per il paese e da dove proviene la forza morale che contrassegna il suo pensiero e la sua azione consente anche di capire perché tanti politici lo hanno percepito come un guastatore e un inquinatore.

Oggi la vicenda più nota di Moro è quella degli ultimi giorni, dall’Operazione “ciuffo bianco”, nome in codice all’azione terroristica durata tre minuti in via Fani, fino al rinvenimento del cadavere. Due milioni di pagine prodotte della magistratura consentono di entrare nel buco nero dal quale dovrebbe finalmente germinare la verità di una situazione della quale si erano avute avvisaglie già prima del 16 marzo.

I relatori del convegno hanno preferito delineare alcuni momenti dell’impegno politico-culturale di Moro e, parlando a docenti, ricordare che, dopo Coppino, impegnato a rendere obbligatoria la scuola elementare, il ministro della Pubblica Istruzione Moro nel 1962 volle che fosse obbligatoria anche la media. Egli riteneva la scuola l’unica occasione in Italia per far valere le doti personali, quindi insostituibile veicolo di riscatto sociale. Negli anni Cinquanta fu proprio Moro a convince la Rai ad organizzare la nota trasmissione del maestro Manzi “non è mai troppo tardi” e tre milioni di italiani impararono a leggere e scrivere.

La sua formazione negli anni dell’università e come presidente della FUCI trova sintesi in un articolo del 1943 apparso sul clandestino periodico barese “la rassegna”. In esso sviluppa il tema: Ogni persona è un universo. Proprio per questo convincimento s’impegna durante i lavori della Costituente. Significativo è l’intervento per rivendicare la proprietà di linguaggio nella stesura del documento. L’attualità del suo esempio appare evidente se si considerano le critiche del documento oggetto del prossimo referendum! I costituenti affrontavano il tema dei diritti della persona e Moro fece presente che andava corretta l’espressione dello Statuto Albertino “lo Stato concede” perché implicava l’implicita possibilità di revoca. Egli ribadì che, essendo diritti inalienabili, lo Stato li può solo riconoscere perché la persona viene sempre prima del cittadino.

A questo proposito risulta interessante cogliere le caratteristiche del movimento cattolico nel Sud di quegli anni, poco incline all’impegno sociale come invece avveniva nel Centro-Nord della penisola e l’esperienza che Moro fa del tomismo a Bari, più spirituale che orientata verso la ricerca della verità filosofica. La rilevanza del suo pensiero, impegnato ad allargare gli spazi della democrazia, si coglie considerando la sua comprensione dei passaggi profondi della storia, presupposto e guida nella sua azione politica e di governo. Impegnato a coglie dal di “dentro” i fenomeni sociali, egli non si chiude alla comprensione, né erige barricate a difesa del Palazzo, invece esorta i dirigenti del suo partito ad aprire la mente e con coraggio valutare i mutamenti in atto. In tal modo si mette in pratica anche un’assillante raccomandazione di Moro valida per tutti noi: “Attenzione ai giovani, loro sono il nostro futuro e sono come noi abbiamo deciso che fossero e senza di loro non c’è futuro.”

Per Moro la politica è consapevolezza, fiducia nel proprio compito, feconda se si basa su un fondamento ideale; solo l’accettazione incondizionata di una ragione morale consente di sviluppare con coerenza il patrimonio d’idealità ed il complesso degli impegni a vantaggio del nostro tempo. Questo ricorrente riferimento consente di cogliere la portata dell’ispirazione religiosa nella sua vicenda umana e politica. L’attenzione alle “cose nuove” è irrobustita dalla costante fede nel dialogo, dalla capacità di ascolto, dalla convinta ricerca nel trovare ciò che unisce e sentirsi appagati solo dopo aver individuato nuove soluzioni per assicurare libertà, giustizia, dignità ad ogni uomo. L’esperienza cristiana costituisce il motore della costante aspirazione ad mutamento spirituale e sociale, prospettiva che oggi potrebbe annoverare Aldo Moro tra i più ferventi seguaci di papa Francesco.

Se è vero che la verità è più grande di qualsiasi tornaconto, è sempre illuminante e aiuta ad essere coraggiosi, perché il destino dell’uomo non è realizzare pienamente la giustizia, ma della giustizia avere sempre fame e sete. Sono espressioni dell’ultimo Moro, quello dei giorni del martirio, perciò non rimane che far nostre le parole di un suo grande amico, Paolo VI. Il papa non esita ad asserire che è: “Uomo buono ed onesto, nessuno può incolpare di qualsiasi reato o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile”. Su questa base si rivolge alle BR, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente. L’appello rimane inascoltato e la grande tristezza si trasforma in grido di dolore verso Dio, che non ha esaudito la supplica per la incolumità di un “Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”. Dopo la protesta, che ricorda tanto le parole di Giobbe, il grande pontefice riprende nell’omelia per i funerali: “ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Aldo e tutti i viventi in Cristo, beati nell’infinito Iddio, noi li rivedremo!” È anche la risposta alla lettera di congedo che Moro scrive alla moglie, nella quale si legge: “Vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo”.

Il pensiero e l’azione di Aldo Moro sono di struggente attualità nella congerie odierna soprattutto per i politici italiani ed europei, confusi, incerti, incapaci, senza entusiasmo, idee e prospettive. Per loro potrebbe costituire un felice sussidio quanto Paolo VI raccomanda alla fine della sua omelia e cioè raccogliere “nel puro sudario della sua nobile memoria l’eredità superstite della sua diritta coscienza, del suo esempio umano e cordiale, della sua dedizione alla redenzione civile e spirituale della diletta Nazione italiana!”.

 

In copertina, il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, assassinato dalla ‘brigate rosse’

 

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *