Mar. Ago 20th, 2019

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Berlusconi, le tangenti “lecite” e l’improponibile paragone con Craxi

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di Andrea Manzi
di Andrea Manzi

craxi_berlusconiI giornali di oggi evocano Tangentopoli, azzardano una nuova edizione di quell’evento che, all’inizio degli anni ’90, spazzò via una storia opaca e degenerata della nostra giovane democrazia per dare il via ad un corso istituzionale, rivelatosi dopo un decennio solo formalmente rinnovato.
Massimo Giannini, su La Repubblica, tenta un parallelo tra l’attuale palude politico-istituzionale e la decadente deriva della prima Repubblica, individuando nel craxismo il precedente storico e “logico” più prossimo alla filosofia dell’uomo di Arcore. Le realtà storiche (e gli uomini che le simboleggiano) non sono, secondo noi, sovrapponibili come Giannini induce a considerare. Craxi, a differenza di Berlusconi che nemmeno si pone nella realtà il problema, all’inizio degli anni ’80 tentò per davvero di ridefinire il conflitto sociale. Con lui il partito, anzi i partiti globalmente intesi, non interpretavano più, come era avvenuto quasi fatalisticamente fino alla fine degli anni ‘80, i vecchi conflitti di classe ma si avviavano a diventare frammenti virtuosi di una rete finalizzata a costruire un progetto politico ispirato ai valori di libertà, uguaglianza e solidarietà. Principi-architrave di una Costituzione mai concretamente attuata, nemmeno nei suoi principi ispiratori, e che spinse il leader socialista a rivalutarne le potenzialità innovative.
Era un Psi, quello di Craxi, che visse con identificazione piena la propria vocazione maggioritaria, ma poi a causa del suo élitarismo e della inclinazione per così dire eccessivamente pragmatica della sua classe dirigente non riuscì ad interpretare fino in fondo le istanze di rinnovamento del popolo italiano e parlò a nome dei suoi iscritti ed eletti: più che per le esigue dimensioni, il Psi fu vittima quindi di uno scarto netto – osservano acutamente Morando e Tonini nel loro libro recente “L’Italia dei democratici” – tra l’ambizione del progetto e la natura stessa del soggetto, che evidentemente subì una deformante mutazione gestionale. Parliamo, però, pur sempre, di una visione nuova che si pose il problema di saldare merito e bisogno, pur non riuscendo a tradurre in atto quell’intuizione strategica.
Oggi la situazione è profondamente diversa sia perché Berlusconi non è Craxi (irriverente nei confronti di quest’ultimo il giudizio semplicistico di equivalenza con Sua Emittenza) sia perché la globalizzazione ormai avvolge il nostro mercato e lo governa, denunciando quotidianamente il limite di una politica ancora praticata con le antiche modalità di approccio che segnarono l’interventismo miope e assistenziale sul mercato economico nazionale dei decenni passati. Il territorio di questi giorni non è più un’area geo-politica ma una catena di montaggio, che sostituisce quella della vecchia fabbrica; è un territorio divenuto luogo di conflitti e di insofferenze profonde. Al Raphael c’erano i gruppuscoli che tiravano monetine a Bettino Craxi (attualizzate in extremis oggi anche per Mussari), ma la rivoluzione della cosiddetta seconda repubblica la fecero poi le lobbies e non il popolo sovrano, quest’ultimo espropriato progressivamente della propria libertà di scelta e di autodeterminazione. Oggi contro lo sdoganamento delle tangenti tentato dal prestigiatore di Arcore potrebbe salire una rabbia cieca e distruttiva, da quei territori-catena di montaggio divenuti aree di cieca rabbia anti-sistema. E meno male che c’è Grillo a canalizzarla, quella rabbia.

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