Sab. Ago 24th, 2019

I Confronti

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Berlusconi ribalta la condanna e pensa al grande ritorno

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Tra i suoi c'è chi lo rivuole in campo, in risposta a quella che lui stesso definisce barbarie

Il Pdl fa quadrato, punta sui prossimi gradi di giudizio e va all’attacco a testa bassa delle toghe. L’Idv canta vittoria mentre il Pd ci vede la chiusura definitiva dell’epoca berlusconiana. Tace la Lega e anche l’Udc sceglie di non infierire. In ogni caso la dura sentenza emessa dal tribunale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi nell’ambito processo Mediaset, a due giorni dall’annuncio che non correrà più come candidato premier, scuote il Palazzo ma registra ripercussioni anche sulle neonate primarie del centrodestra. Tra i suoi, infatti, non manca chi lo rivuole in campo subito, proprio in risposta a quella che lui stesso definisce una barbarie. La sentenza, dice la pasionaria Pdl, Daniela Santanche’, è un «pesante contraltare della magistratura politicizzata» al «generoso passo indietro» del Cav. «Ci ripensi – è il suo appello – e torni in campo insieme a milioni di italiani che come me vogliono tenere alta la bandiera del garantismo e della libertà». Una richiesta sottoscritta da un altro fedelissimo: Giancarlo Galan. «Mi verrebbe voglia – dice l’ex governatore – di chiedere a Berlusconi di tornare in politica». I pidiellini, tutti, vanno all’attacco. La parola che ritorna più spesso nei commenti è “accanimento” e il primo a pronunciarla è il segretario del partito Angelino Alfano: la sentenza, dice, «è l’ennesima prova di un accanimento giudiziario nei confronti di Silvio Berlusconi. Una condanna inaspettata e incomprensibile con sanzioni principali e accessorie iperboliche». Alla litania del Pdl fa da specchio il secco commento del nemico politico di sempre, Antonio Di Pietro. «Finalmente, nonostante le leggi ad personam, la verità viene a galla», canta vittoria l’ex pm superato “a destra” da Famiglia Cristina che scrive: «Berlusconi, game over». Non manca, poi, chi collega il passo indietro dell’ex premier alla sentenza. Parla di «tempismo perfetto», la presidente dell’assemblea del Pd, Rosy Bindi che si dice «inquietata» del fatto che il destinatario di una sentenza così grave sia stato alla guida del Paese. Si tratta, osserva però Massimo D’Alema, della fine di un’epoca. «Non commento le sentenze», dice l’ex premier, «penso innanzitutto che dal punto di vista politico si è chiusa un’epoca. Il Paese deve giustamente cercare di aprire una pagina nuova. Questo è il problema». Tace la Lega. Mentre il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, che in passato ha vincolato un eventuale disgelo con il Pdl all’uscita di scena di Berlusconi, sceglie di non affondare il colpo. «Abbiamo sempre contrastato Berlusconi su piano politico – si limita a dire – e non abbiamo mai speculato sulle sue vicende giudiziarie. Non cominceremo certo adesso».
Intanto, se voleva lasciar intendere un nuovo, clamoroso ripensamento, Silvio Berlusconi ci è riuscito. Tutto in una frase, che evoca ma si interrompe giusto in tempo: «Così non si può andare avanti, dobbiamo fare qualcosa». Il giorno della dura condanna nel processo sui diritti Mediaset Berlusconi torna alle vecchie abitudini. Niente note scritte con Ferrara, nessun videomessaggio con il ‘gobbo’, stavolta il Cavaliere alza la cornetta e in diretta con Studio Aperto ricorda a chi lo considera ormai un ex che il passo indietro non significa necessariamente un biglietto di sola andata per Antigua: «Così non è democrazia, questa è una condanna politica in un Paese barbaro». Berlusconi è preoccupato. Da giorni il barometro segnava tempesta. Con i suoi avvocati aveva analizzato il dossier e la conclusione era stata sconfortante. Temeva la condanna. Anche alla luce di queste considerazioni, convinto dell’imminente mazzata giudiziaria, l’ex premier aveva bruciato le tappe e concesso ad Alfano e ai colonnelli la “resa”. Primarie e passo indietro prima della condanna, almeno la tempistica l’avrebbe dettata lui. Ma non basta questa ricostruzione a spiegare tutto. Perché la partita si lega strettamente alla battaglia in corso nel Pdl. Da una parte il gruppo dirigente che si è andato via via coagulando intorno ad Alfano, dall’altra i falchi alla Santanché. Il Cav, è ormai noto, non considera il partito una creatura da preservare. Né ha gradito il progressivo “smarcamento” – sia pure felpato e cauto – dei colonnelli berlusconiani. La sentenza Mediaset diventa allora l’occasione per ridare fuoco alle polveri.

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