Dom. Lug 21st, 2019

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Berlusconi si riprende il Pdl e scarica Monti

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Il partito prende le distanze dall’esecutivo non votando la fiducia ai provvedimenti in esame

Silvio Berlusconi torna al timone del Pdl e si prepara a dare l’addio alla “strana maggioranza” che sostiene il governo del premier Mario Monti. Il primo segnale della presa di distanza dall’esecutivo è arrivato oggi con la decisione (l’input ai gruppi sarebbe partito ieri sera dopo un’ennesima riunione a palazzo Grazioli) di non votare la fiducia ai provvedimenti in esame alla Camera e al Senato. Traballa il governo sotto i colpi inferti da Silvio Berlusconi e dai suoi dopo la nuova parola d’ordine partita da palazzo Grazioli all’indomani dello strappo del Cavaliere contro un governo – dice – che lungi dal sanare il paese lo avrebbe portato sull’orlo del baratro. E nella giornata della doppia fiducia al governo (sul decreto Sviluppo e sui costi della politica), per l’ex premier è stato facile impugnare il coltello dalla parte del manico mettendo l’esecutivo di Monti con le spalle al muro. Ma il professore non si è fatto intimorire e si è posto in fiduciosa attesa rispetto alle prossime mosse del Quirinale che certo chiamerà presto a rapporto tutti leader delle forze politiche della maggioranza. Il Colle infatti ha bisogno ora di sondare le forze politiche per poi decidere i passi successivi (pesa tra l’altro il requiem sulla riforma elettorale) anche se il governo ha alla fine incassato ancora una volta la fiducia (doppia ma “mutilata”). A formalizzare lo strappo, tenendo però il governo sulla corda (il Pdl ha infatti assicurato il numero legale) è stato in mattinata il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri che ha annunciato l’astensione sulla fiducia al dl Sviluppo: non una rottura – ha spiegato – ma una presa di distanza netta e totale. Una mossa inaspettata che si è prestata ad una doppia lettura: poco prima, infatti il ministro Corrado Passera, bollato da Fabrizio Cicchitto come “untorello”, aveva commentato negativamente l’annunciato ritorno in campo di Berlusconi (“se si va indietro non è un bene per l’Italia”). Parole che avevano subito scatenato la reazione dei fedelissimi del Cav. Ma anche altro bolliva in pentola: proprio stamane si era riunito il consiglio dei ministri per il travagliato parto delle cosiddette liste pulite, ossia le norme sulla incandidabilità, quelle che tagliano le gambe a chi con la fedina sporca pensa comunque di sbarcare in Parlamento. Si capisce, dunque, come e perché il centrodestra abbia collocato una bomba a orologeria a palazzo Chigi. Ad accendere la miccia, poi, è stato il capogruppo del Pdl alla Camera nella dichiarazione di voto sul Dl sui costi della politica. Fabrizio Cicchitto nell’annunciare l’astensione del partito ha rovesciato il tavolo: «La misura è colma» – ha tuonato – perché il governo ha «boicottato» gli impegni come quello sulle intercettazioni. Ha quindi tirato un bilancio totalmente negativo sull’operato del governo (zero crescita, zero equità). Monti, mitragliato dal centrodestra è stato però protetto dal “paladino” Casini e anche dall’incalzante Bersani: il leader Udc e il segretario Pd hanno fatto asse e dopo un vertice serale hanno espresso comune “preoccupazione” per la linea del Pdl contro l’esecutivo Monti, temendo soprattutto per la situazione economica e finanziaria del paese. Bersani ha ribadito la sua lealtà fino alla fine della legislatura ma ha anche confermato l’approccio sereno rispetto alla prospettiva di un voto anticipato. Il Prof, per parte sua non ha perso il tradizionale aplomb e non ha mostrato preoccupazione per il destino del suo governo. Ha detto che in attesa delle valutazioni di Napolitano e dell’esito dell’incontro che domani il presidente della Repubblica avrà con il segretario del Pdl Angelino Alfano, il governo va avanti con il suo lavoro. Ma intanto oggi il capo dello Stato ha bacchettato le forze politiche per le “convulsioni” di cui sono preda, che rischiano di “bruciare” i buoni risultati fin qui conseguiti. Guai – ha ammonito – mandare «tutto a picco». Su una cosa però non ci sono dubbi, il rientro del Cavaliere ha ricompattato il partito (l’idea di uno spacchettamento al momento è accantonata) ed ampliato con tanti “ritorni” la platea dei berlusconiani. La decisione di prendere le distanze dal governo però ha fatto emergere alcuni distinguo, l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu e Franco Frattini ad esempio hanno deciso di votare la fiducia al governo, una presa di posizione che l’ex premier non avrebbe gradito in un momento in cui chiedeva il massimo della compattezza.

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