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Bianciardi, laboratorio vivente di prossimità letteraria

Bianciardi, laboratorio vivente di prossimità letteraria
di Rosaria Fortuna
Luciano Bianciardi è un grande classico e uno degli autori più importanti del secondo Novecento Italiano.
Ogni tanto riappare in libreria, anche grazie  al lavoro della figlia Luciana attraverso la Fondazione che porta il nome del padre.
La morte di Carlo Ripa di Meana, a cui è dedicato “Una vita agra”, e il volume edito da il Saggiatore dal titolo “Un cattivo maestro” lo riportano di prepotenza alla ribalta.  Carlo Ripa di Meana è scomparso da pochi giorni, e  questa dedica su uno dei romanzi italiani più venduti, di Bianciardi, dovrebbe farci riflettere in manier attenta, non solo sull’autore ma anche su Ripa di Meana. Non farlo sarebbe un errore. Vuol dire deformare lo sguardo solo sull’evidenza pubblica di molte vite, che al contrario sono più complesse, soprattutto se poi vengono legate a doppio filo ad un libro come “La vita agra”.
“La vita agra” vendette cinquemila copie in una settimana e questo provocò un trauma a Bianciardi. Gli sembrò tutto eccessivo, irrealistico e anche kafkiano, in rapporto alla realtà di quel tempo. Oggi nemmeno Camilleri vende cinquemila copie dei suoi libri in una settimana, e questo dato dovrebbe farci soffermare sull’importanza straordinaria dell’opera di Bianciardi. Egli seppe stare nel mondo culturale italiano con decisione e fermezza, per cui appaiono ingenerosi i periodi in cui è apparso relegato nello sgabuzzino della memoria.
Con Luciano Bianciardi l’autobiografia diventa una dimensione letteraria necessaria per spiegare la realtà in maniera più evidente, e appare più possibile offrire l’opportunità a chiunque di avvicinarsi alla letturatura. Per Bianciardi scrivere vuol dire soprattutto sapere, conoscere, essere davvero dentro le cose di cui si scrive. Egli non riesce a stare nelle parole se davvero non si documenta in prima persona. Sa bene che per scrivere ci vuole tutto quello che si è, senza infingimenti. E solo questo conta per lui. Laureatosi in Filosofia, alla Normale di Pisa, con Guido Calogero, amico di Geno Pampaloni, a cui si deve la prefazione de “La vita agra”, Bianciardi passerà tutta la sua breve vita a costruire connessioni (morirà a solo 49 anni di cirrosi epatica). Questo suo lavoro tornerà utile poi ad altri, come Umberto Eco e Pierpaolo Pasolini, tra i tanti. Ma vedere lucidamente la realtà era, in fondo, una sofferenza per lui. Un gioco al massacro continuo, dove l’appartenenza, di diritto, all’élite del pensiero gli appariva come un peccato mortale, da scontare facendosi del male o arrivando anche a farsi licenziare da Giangiacomo Feltrinelli per scarso rendimento.
Di episodi sì fatti è costellata la sua vita. Il suo essere intellettuale organico ma anarchico lo ha fatto diventare negli anni un fenomeno culturale per pochissimi, una dimensione che si chiarisce solo leggendo a fondo la sua opera. Come è chiaro che, per lui, la cultura non poteva essere un fatto a sé, totalmente sganciata dalla partecipazione alla vita activa.  Nella raccolta di racconti “La zuppa è pronta” edita da Bompiani, raccolta che gli procurò qualche problema come già era accaduto con “La Vita agra”, c’è un racconto dal titolo “Alle quattro in piazza Duomo” che  in sette pagine racconta la giornata di un intellettuale organico italiano di ieri, non più di oggi visto che Nanni Moretti ha categorizzato ben altro in “Ecce bombo”, intellettuale che va per manifestazioni, visite in fabbrica, incontri con Gassman, con l’illusione di tenere tutti i mondi insieme. Ma racconta anche di fabbriche con operai, che a fine giornata restano nella biblioteca aziendale ad ascoltare chi va a fare loro lezione su Dante, a fronte anche di tremila volumi da poter consultare e da poter leggere. “Il cattivo maestro” de il Saggiatore si configura come il Meridiano di risarcimento, con le sue scarse mille e cinquecento pagine proprio per tutte queste ragioni. Un’operazione culturale importante: ci impone di fermarci a riflettere, per davvero, sul ruolo della cultura in questo paese, anche perché di fabbriche con tremila volumi in questo paese, probabilmente, non ne esistono più ma più di tutto non esiste un autore che usi se stesso come esperimento sociale per andare incontro agli altri. Una cosa che oggi è necessaria soprattutto perché ci consentirebbe di evitare di essere masochisti, come è accaduto a Luciano Bianciardi per troppa lucidità e troppa preveggenza. Oggi, fortunatamente, si può anche scegliere di fare cultura senza sentirsi in colpa a causa dell’ignoranza e della grettezza altrui. E pure e soprattutto per questo Luciano Bianciardi è attuale in quanto  anarchico, free lance, traduttore a cottimo di Henry Miller, Jack London, John Steinberg, William Faulkner, Saul Bellow; nonché “poliamoroso” per via delle due famiglie a carico; attento all’evoluzione femminile, al punto da definire “steccolute” le donne votate alla dieta e all’anoressia, e per questo totalmente prive di femminilità. Le sue steccolute sono in largo anticipo sulle donne trasparenti, e bene di consumo dell’economia globalizzata, che si allarga e si comprime anche attraverso il corpo delle donne. E poi ancora per il suo modo di scrivere più che contemporaneo, pieno di trappole linguistiche volte a svegliare ed a incuriosire il  lettore, anche quello poco attento o svogliato. Per la sua capacità di scrivere di ogni cosa, e di cambiare registro, nell’ottica di un lavoro intellettuale che appare ed è una occupazione totalizzante. Chi meglio di lui ha descritto noi lavoratori forzati della cultura e, ad un tempo, schiavi, tutti, del consumismo con cinquanta anni di anticipo?

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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