Biennal high fever

Biennal high fever
di Gianpaolo Cacciottolo
Opera esposta di recente alla Biennale di Venezia
Opera esposta di recente alla Biennale di Venezia

La prima edizione della Biennale di Venezia, che per almeno cento anni è stata il più importante evento espositivo dal carattere internazionale dedicato alle arti visive, viene inaugurata nel 1895. “La Mamma” di tutte le Biennali oggi (ma già da tempo, ormai) deve fare i conti con un panorama allargato, abitato da svariate proposte che utilizzano la stessa illustre denominazione che ne scandisce la temporalità, e che si differenziano per collocazione geografica, naturalmente. Da San Paolo a Gwangju, passando per Istanbul e Dakar, solo per citarne alcune, l’evento-biennale ha ormai una ramificazione capillare, con esiti non sempre memorabili. Il primo dato di fatto è questo: la celebre titolazione non è garanzia di validità e importanza. Risulta comunque rilevante considerare la proliferazione di questo genere espositivo come argomento centrale di quella “Biennalogia” che oggi rappresenta una tappa necessaria nel dibattito critico. È chiaro che Venezia fin dagli albori ha dettato delle condizioni e ha inevitabilmente imposto dei tratti tipici che permettono di individuare il genere “biennale”: la cadenza temporale, la continuità, il carattere internazionale che è rappresentato anche e soprattutto dai padiglioni dedicati a ogni paese che partecipa, la cosiddetta large-scale. I tentativi di inserirsi in questo nobile lignaggio oggi sono copiosi e si affidano innanzitutto alla già citata, troppo ambiziosa titolazione, spesso senza tenere in lucida considerazione i caratteri che dovrebbero contraddistinguere una mostra del genere. Certo, la speranza di riuscire a dar vita ad una continuità condita da un successo globalmente riconosciuto è assai affascinante, l’esempio di Giffoni per il cinema è eloquente, ma dovrebbe essere necessario valutarne preventivamente i rischi. L’esposizione organizzata a Salerno, che si fregia del titolo di biennale, nella location storica di Palazzo Fruscione, raggiungibile tra l’altro con non poche difficoltà per i numerosi turisti che non incontrano segnaletica nella loro sempre divertita passeggiata per il centro, assume i tratti di un tentativo apprezzabile nella faticosa proposta numerica degli artisti, purtroppo non introdotti dal quasi sempre utile comunicato stampa, qui assente, e non sempre inseriti nel migliore dei modi all’interno di un percorso che non pare essere tematico, ma dominato da un ricorrente “horror vacui” che popola i piani e le sale dell’antico edificio. Le sezioni proposte non si impongono come innovative, in alcuni casi alquanto incomprensibili (pittura figurativo, pittura astratto, “arte ecosostenibile”, design – scultura – installazione figurativo, design – scultura – installazione astratto), e svarioni nell’allestimento (didascalie scritte a penna, in alcuni casi con cancellature; presenza di bigliettini da visita e cataloghi pubblicitari tra le opere) non rendono i giusti onori agli artisti presenti. La sala dei multipli illustri (Rotella, Paladino, Kounellis) poteva essere una base da cui partire, ma è ingiustamente deuteragonista. Stupisce inoltre l’assenza nel comitato scientifico di chi a Salerno l’arte contemporanea la fa e la porta avanti da decenni. Il processo di “europeizzazione” che investe da tempo la città qui pare addirittura superato, a favore di una dimensione mondiale dichiarata, ma purtroppo non raggiunta.

redazioneIconfronti

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