Bimbi sulle barelle nella tortura dell’ospedale

Bimbi sulle barelle nella tortura dell’ospedale
di Rino Mele

santobonoSe il tavolo di un biliardo (un gioco inventato dal desiderio di un re, Luigi XIV) avesse più di sei buche sarebbe impossibile giocare, le sponde si annullerebbero e le biglie scivolerebbero via. Napoli è tutta buche e, se non si pone subito rimedio, senza più dilazioni e ritardi, non vi si può vivere: le situazioni di crisi si moltiplicano, s’intrecciano esasperandosi ed è sempre più difficile uscirne fuori. Prima parlavo del biliardo, che è un tavolo di un metro per due coperto da un tenero panno verde, quasi lo spazio di un posto letto: l’ultima denunzia sociale è quella dell’emergenza che soffoca il Santobono, un ospedale pediatrico essenziale all’equilibrio sanitario della città, in cui i piccoli malati non hanno dove fermarsi, riposare, ma nemmeno sostare in attesa di essere visitati, attendere che le indagini cliniche serenamente proseguano: vengono usate le barelle, o forme più rudimentali (ma certo più sicure) come le braccia delle mamme. È un violento paradosso: un ospedale per bambini privo dei letti per non farli troppo soffrire. Ricordo quando, all’inizio degli anni Settanta mia madre Antonietta, fu da Salerno ricoverata al Pascale, in cima a via San Giacomo dei Capri, dove tornò nel 1973 per morire. Ci dovemmo raccomandare a un bravo e intelligente assistente per poterla, dopo alcuni giorni d’attesa, ricoverare. Ma non c’erano letti, comprai – come mi fu suggerito – una sedia a sdraio e per tre notti mia madre dormì sgraziatamente in quell’incavo di stoffa dura. Cadde ogni notte, svegliandosi tra le paure della sua aspra condizione di malata. Sono passati quarant’anni e siamo ancora a giocare distrattamente col dolore, su un biliardo scassato. Un bambino poi (e torno al dramma del Santobono) ha bisogno, continua necessità di riconoscersi nel rapporto con uno spazio non aggressivo: e rimanere per ore, forse intere giornate, su una barella che si muove a ogni urto, ondeggia insicura, si gira, è per il piccolo, già esasperato dal luogo che l’impaura, una tortura insopportabile. Un’esperienza che ripete e incrudelisce l’incubo in cui l’abbiamo cacciato, per guarirlo.

redazioneIconfronti

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