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Bologna, la strage incancellabile

Bologna, la strage incancellabile
di Renato Trombelli

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Di orologi, nei luoghi predisposti alle partenze, se ne trovano sempre. Negli aeroporti, nei porti sopra i tabelloni che segnano le direzioni di traghetti ed aliscafi, nelle stazioni ferroviarie di ogni città. Normalmente funzionano e devono necessariamente farlo in questi luoghi dove tutto è scandito dallo scorrere lento e quotidiano delle ore e dei minuti.
Ma, nell’ala ovest della stazione di Bologna, c’è un orologio che non va avanti e segna da 34 anni le 10.25. Si è fermato a questa esatta ora la mattina del 2 agosto 1980, quando 23 chili di esplosivo, nascosti in un bagaglio abbandonato nella sala d’aspetto di seconda classe, seminarono orrore e morte.
85 vittime, per lo più gente in partenza per le vacanze: militari in licenza, giovani sposi, bambini, studenti, anziani in viaggio, persone in attesa del ritorno di parenti o amici. E, oltre ai morti, più di 200 feriti: questi i numeri della strage più grande ed efferata dell’Italia repubblicana.
Si decise di colpire il cuore di una città combattiva e laboriosa, una città che sapeva “quel che conta e che vale e dov’è il sugo del sale”, per dirla con il cantautore. Sì, perché la stazione non era soltanto il luogo dei viaggiatori, ma uno spazio pienamente vissuto dai bolognesi e perfettamente inserito nel contesto urbano. Un punto di ritrovo, di aggregazione naturale, una sorta di succursale di Piazza Maggiore: ci si andava per comprare le sigarette dal tabaccaio sempre aperto, per la prima edizione dei quotidiani o anche per mangiare, perché l’azienda di ristorazione lavorava fino alle 4 di notte. E poi, colpire quella stazione significò anche dividere l’Italia in due, rompere nella maniera più violenta il traffico ferroviario e mandare in tilt l’intera nazione.
Ma Bologna reagì. Reagì con immediatezza e vigore: l’intera città si riversò sul posto per partecipare attivamente ai soccorsi e la stessa stazione, seppur parzialmente, riprese a funzionare dopo poche ore dall’attentato. Non venne meno, quel giorno, la forza, la generosità, il sacrificio del popolo emiliano.
Ma ciò che nel corso del tempo è venuta a mancare è la memoria. Quell’orologio, da simbolo, sta diventando il manifesto della dilagante ignoranza  della strage. Secondo un sondaggio condotto dal Corriere di Bologna, sono ormai poche le persone di passaggio alla stazione che sanno cosa sia successo il 2 agosto 1980. Per quanto ciò sia verosimilmente dovuto al fatto che ormai a Bologna (come in tutte le altre cittĂ ) ci sono tanti “non bolognesi” che, a differenza di coloro che da sempre sono vissuti sotto le Due Torri, di quella giornata sanno davvero poco. Di questo “vuoto di memoria” collettivo sono responsabili innanzitutto la scuola (che non si occupa proprio di questo periodo così controverso della storia italiana) e lo Stato (la lotta per i risarcimenti alle famiglie delle vittime è stata lunga e difficile, e ancora oggi non è conclusa).
Ma ogni giorno, nella sala d’attesa della stazione, c’è l’operatore che svolge il ruolo di “Cicerone della bomba” e dĂ  informazioni sulla strage: “Racconto che dove c’è il pavimento incassato, lì c’era il tavolino sotto il quale fu posizionata la bomba. Poi racconto del grande poster del Teatro Comunale sopravvissuto allo scoppio. L’unico”.

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