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Borghesia e proletariato non esistono più?

Borghesia e proletariato non esistono più?
di Giuseppe Foscari

La piccola borghesia e il proletariato sono consegnati alla memoria, agli archivi, al ‘romanticismo’ storico. Ne è stata decretata la morte. Non esistono più. E si sono portati dietro un mondo, a tratti un antagonismo, differenti prospettive, una diversa interpretazione della società, dei bisogni, delle lotte, dei diritti. Lo ha certificato l’Istat.
Mi rendo conto che sto estremizzando il ragionamento, perché la borghesia è un universo molto variegato (meglio sarebbe parlare di borghesie) e in quanto tale non scompare affatto, e forse non scomparirà mai del tutto. Una parte di essa si è arricchita e ha ampliato la forbice con quella che una volta era la classe operaia e che oggi è in attesa di una ridefinizione lessicale al passo con i tempi e i nuovi lavori. Così come non verrà meno il sottoproletariato, i pezzenti più pezzenti, come sarebbero stati definiti con un certo disprezzo nella Francia di fine Settecento e come i marginali delle banlieue e delle periferie dimenticate e discriminate di oggi potrebbero essere qualificati.
Dunque, a mio parere, la completezza della notizia è data dal fatto che la scomparsa del piccolo ceto medio e della classe operaia non è frutto di un maggiore e più diffuso benessere sociale, ma piuttosto dell’esatto contrario. Il ricco è diventato sempre più ricco, il povero è sempre più impoverito. Questa è una verità oramai lapalissiana e inconfutabile.
Proprio per questa ragione non vanno in soffitta le lotte sociali, né l’aspirazione a una migliore distribuzione della ricchezza e dei beni, a un’eguaglianza non formale ma sostanziale nella società.
Non si tratta, da parte mia, di riproporre un nostalgico e stantio modo di pensare, ammesso che sia tale, o il sogno di un’equità sociale mai conseguita e che, aggiungo, è tale da oltre duemila anni. Si tratta, invece, di considerare che negli ultimi trecento anni ci sono state tante e tali lotte per i diritti dei lavoratori che avrebbero dovuto colmare il gap, aumentando il livello di disponibilità economica per questi ultimi.
Non c’è niente da fare, invece.
I ricchi restano tali, si sono chiamati nei secoli patrizi, aristocratici, feudatari, parvenu, e oggi, semplicemente benestanti, ma restano privilegiati, nonostante i privilegi siano stati banditi già dalla Rivoluzione Francese. E anche gli emarginati restano tali, anzi, la schiera si ingrossa sempre più. Già, perché l’economia capitalistico-globalizzata ha bisogno dei primi per creare un sogno e dimostrare che ci si può arricchire e avere lusso, potere economico, finanziario e politico, purché si posseggano le necessarie qualità (creando una sorta di responsabilità per chi non appartiene a quel mondo). E ha bisogno dei secondi, che sono tutti gli altri della società, ivi compresi gli anelli deboli, che non devono pensare, non devono opporsi, e, soprattutto, devono consumare, spendere, essere taciti soldatini delle pubblicità ingannevoli. A cui vendere per veri i finti valori di questa democrazia. Un quadro desolante, molto desolante.
Ma sullo sfondo delle parole che muoiono e dei modi di pensare e di vivere che esse hanno sin qui rappresentato, destinati, come detto, agli archivi della memoria, resta intatto il problema storico: il disagio sociale determinato dallo squilibrio economico tra i ricchi benestanti (pochi) e la maggioranza delle popolazioni. Ed è su questo punto nodale che registriamo le più gravi lacune dei sistemi politici, delle classi dirigenti, degli apparati di partito, dei programmi elettorali.
E invece, la nuova lotta politica parte da qui.
Non mi stancherò di ripeterlo. La nuova sinistra deve ripartire da questi temi. I nuovi partiti o movimenti che siano devono necessariamente tener conto di questo grave problema sociale che potrà sfociare (e in alcuni paesi è già sfociato) in una nuova lunga stagione di antagonismo. Sicché per l’Istat muoiono le parole e ciò che rappresentano, ma le nuove sfide della robotica potrebbero creare nuove sacche di marginalità che si aggiungerebbero a quelle generate dalla gravissima crisi finanziaria ed economico-sociale nel sistema globale. E anche segmenti della borghesia, come sappiamo, sono retrocessi nei ranghi della marginalità sociale.
Sicché restano in piedi i bisogni e le ingiustizie sociali. Da colmare non con l’ingannevole meritocrazia, la sete di potere, l’individualismo egoistico, la concorrenza spietata, l’antagonismo, ma con la solidarietà sociale e la più equa distribuzione della ricchezza, con opportunità per tutti e un benessere condiviso.
Utopia?
Anche Rousseau fu considerato utopista. Sappiamo poi che ha finito per aver ragione. E ha vinto.

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Commenti (1)

  • Margherita

    A proposito di disparità sociali , vorrei invitare l’illustrissimo sindaco di Milano Sala, a visitare via Odazio, Via Recoaro, via Emilio Gola 23 (covo di spacciatori, ci sono impalcature di ferro da 10 anni che sostengono i balconi se no cadono per non parlare dèl degrado sociale diffuso.
    Caro sindaco non era lei che parlava di riqualificazione delle periferie? Ma forse ora non ha tempo visto che deve sistemare piazzale Loreto. Tutti bravi a tener pulito e in ordine le zone centrali e più visibili ma Milano non è solo il polo della moda e del business e le periferie danno il polso della governabilità dei propri governanti. Tutto questo non può creare integrazione con i nuovi colonizzatori che ci occupano le case ma rassegnazione e sfiducia .
    Io continuo a sperare
    Margherita

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