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Boschi-Raggi: quando il potere è donna

Boschi-Raggi: quando il potere è donna
di Giuseppe Foscari

Maria Elena Boschi e Virginia Raggi. La storia diversa di due donne culturalmente e politicamente agli antipodi. Accomunate da errori, sovraesposizioni mediatiche, incertezze comportamentali, ma anche da una tenacia e una notevole grinta politica, oltre che personale. Queste due donne sono destinate a essere nel mirino nei prossimi mesi (e forse anni), per i ruoli politici che hanno e per cosa potrà significare la loro azione per i rispettivi partiti, il Pd e M5S. La Boschi è uscita con le ossa semi-rotte dalla vicenda del referendum costituzionale; aveva investito tesori di energie, ci aveva messo la faccia, come si dice oramai in gergo, era ed è supportata da poteri bancari, finanziari, imprenditoriali e industriali. Nonostante queste aderenze e la sua stretta sinergia con Renzi è arrivata la sconfitta ma, nello stesso tempo, proprio l’ex Presidente del Consiglio le ha evitato il capitombolo che l’opinione pubblica (quella che ha votato No) immaginava per lei dopo il voto. Con un’operazione di maquillage strategico è stata posta ai garretti di Gentiloni per ricordargli che a comandare c’è sempre Matteo e per evitare pericolose fughe in avanti di chi viene toccato dal potere e pretenderebbe di ritagliarsi spazi di autonomia! Maria Elena, come nella più furbesca delle tradizioni politiche, è del tutto scomparsa dopo il 4 dicembre. Oramai le sue apparizioni in tv sono rarissime. Tattica che serve per ricostruirle una castità politica fortemente compromessa dall’esito referendario. Ma tutti sanno che il binomio Renzi-Boschi è un ticket destinato a ritornare. La sua apparente bonomia cozza con una cattiveria politica che la rende un soggetto politico tutt’altro che di secondo piano. È evidente a tutti che sia forzatamente equilibrata e che la scorza è da consumato ghepardo pronto ad addentare i nemici che dovessero trovarsi sulla sua strada. Magari col sorriso sulle labbra. Ha un buon bagaglio culturale e sa esibire sé stessa con scioltezza e uno charme sobrio ma efficace. Nessun pentimento dopo il referendum e un silenzio ovattato molto ma molto assordante. Aveva dichiarato, come Renzi, che si sarebbe dimessa se avesse perso. E invece sta lì, con una promozione che non è una rimozione, come nella tradizione latina (promoveatur ut amoveatur), ma che suona come nuova forte legittimazione politica. Non si è indebolita, tutt’altro. Cova sotto la cenere e tesse la sua trama di relazioni.
Virginia Raggi ha fatto sinora pasticci, ma non si è sottratta ad un mea culpa pubblico, ammettendo gli errori seriali di cui si è resa testardamente responsabile. Il M5S si sta giocando con lei una partita delicatissima, per certi aspetti decisiva per la credibilità politica del movimento stesso. Appare anche lei dotata di una certa bonomia, esibisce un linguaggio fluente e chiaro, ma non tecnico-giuridico, sicché riesce ad essere parimenti accattivante. Sta chiedendo tempo prima di essere giudicata, perché Mafia capitale è un sistema che non si può eliminare in pochi mesi. Figuriamoci, poi, se questi mesi sono caratterizzati da scelte sbagliate in modo macroscopico. Ma lei ora ha preso a rilanciarsi, dichiarando che presto Roma cambierà volto, a partire dalle disastrate strade, e che l’onestà di cui è portatrice sarà il valore aggiunto per appalti trasparenti, che costeranno meno ai cittadini e con opere che si effettueranno con tempestività. Forse manca una visione strategica della città eterna, ma occorre attendere prima di un giudizio definitivo.
Le due non potranno mai amarsi, come mai potranno allearsi Pd e M5S, perché sono culturalmente e politicamente incompatibili. Rischiano entrambe, e molto. Gentiloni potrebbe rendere innocua la Boschi con la sua aria da garbato furbetto democristiano; la Raggi potrebbe essere delegittimata dal suo movimento e ritrovarsi isolata. Oppure, e sarebbe lo scenario numero 2, Maria Elena si pappa Gentiloni a merenda e mena la volata a Matteo presidente; Virginia riconquista Roma con la sua leggiadria e onestà e si riaccredita col e nel movimento. Non immagino che entrambe possano vivacchiare. Quale che sia lo scenario che si prefigurerà, loro due saranno artefici e non ammennicoli, accessori dell’altrui volere. Sono donne, scaltre e intelligenti, i loro destini s’incroceranno, inevitabilmente, e ne vedremo delle belle. Hanno un bagaglio di errori da far dimenticare e una credibilità di cui riappropriarsi. Mica poco. Il destino dell’Italia è anche nelle loro mani.

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