Mar. Lug 16th, 2019

I Confronti

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Brexit, la nuova rivoluzione inglese

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di Luigi Zampoli
di Luigi Zampoli
La storia europea, dalla formazione delle monarchie nazionali in poi, è stata attraversata da fratture e rivoluzioni che nei secoli si sono compiute con il fragore di grandi tumulti popolari o con l’attuazione di profonde trasformazioni politiche, sociali ed economiche. E non sembra peregrino ipotizzare che la decisione della Gran Bretagna di uscire dalla UE passerà alla storia come una rivoluzione, con un bel “brand” già pronto per i manuali scolastici: la Brexit segna infatti un “prima” e un “dopo” nelle vicende dell’Europa unita, essendo stato chiaro a tutti che l’esito del referendum dello scorso 23 giugno non riguardasse solo gli inglesi e il Primo Ministro Cameron che, per rafforzare la propria leadership interna, ha giocato una partita finita come non si aspettava. Una partita che ha posto fine all’ambigua presenza britannica nei consessi istituzionali europei, in una convivenza forzata al cospetto di obblighi “continentali” mai del tutto condivisi, con la vittoria della parte più conservatrice e nostalgica della società britannica e di quella più chiusa e retriva dal punto di vista culturale. Il voto del 23 giugno ha una portata rivoluzionaria che dispiegherà i suoi effetti solo nel medio termine (le procedure per rendere effettiva l’uscita del Regno Unito non dureranno meno di due anni), ma il cambiamento c’è ed è epocale, ponendo le basi per la trasformazione dei rapporti di forza che hanno determinato l’attuale natura economica dell’Unione Europea.
Rivoluzione può voler dire anche dovere trasformare se stessi in modo radicale e questo è il riflesso del voto d’Oltremanica; mentre la Gran Bretagna si dirige verso destinazioni ignote anche agli stessi leader fautori della Brexit, l’Unione Europea dovrà interrogarsi sul proprio futuro, prendendo decisioni rapide ed efficaci che, a questo punto, avranno come unico scopo la sopravvivenza dell’“Idea” originaria per evitare il rischio di un progressivo sgretolamento della casa comune.
La storia non fa sempre salti in avanti, in balìa delle scelte degli uomini, a volte riporta indietro le lancette del tempo, con scenari nuovi ma non del tutto imprevedibili.
Dai Trattati di Roma del 1957, all’ingresso della Gran Bretagna nel 1973, la CEE, la caduta del Muro di Berlino, Maastricht, l’Ue, Schengen, il percorso verso la grande Europa unita sembrava non avere più ostacoli, pur tra mille difficoltà, ritardi, gelosie nazionali e difficile cooperazione in determinati settori.
Ora ci si rende conto che si è fatto troppo dove non era necessario, mentre ci si è dimenticati dell’essenziale; se l’Unione si risolve nell’approntare un rigido ordine economico-finanziario, senza nessuna empatia, l’addio britannico potrebbe non restare isolato ma resta comunque un azzardo poter pensare di essere autosufficienti in un mondo sempre più interconnesso.
Le incertezze dell’economia, le difficolta nel gestire i flussi migratori e l’enorme retaggio protezionista della tradizione d’Oltremanica hanno conferito potere decisionale ai soggetti meno interessati al futuro (anziani, pensionati e nostalgici), decidendo di salpare dal “porto” europeo. Dunque il popolo d’Albione riafferma la sua vocazione atlantica e prende il largo, verso un orizzonte che è ancora ignoto, di sicuro mettendo a repentaglio le opportunità per i propri stessi giovani e rischiando la disgregazione di un Regno che, adesso, vede il rinfocolarsi di mai sopite pulsioni indipendentiste ed europeiste da parte di Scozia e Irlanda del Nord.
Noi restiamo sul Continente, sapendo che altre brexit saranno possibili, se non daremo all’Unione una prospettiva più allettante di quella che possono offrire i singoli Stati nazionali e se non si comincerà ad affrontare i problemi reali, quotidiani delle persone.

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