Brucia la Città della Scienza, ma non la volontà di riscatto dei napoletani

di Luigi Zampoli

La scorsa notte a Napoli un gigantesco rogo, di presunta origine dolosa, ha distrutto quasi totalmente la Città della scienza, la struttura che all’interno dei propri spazi ospitava macchinari ad alta tecnologia per la realizzazione di esperimenti scientifici e dimostrazioni pratiche allo scopo di far conoscere dal vivo le applicazioni della scienza a migliaia di studenti di ogni provenienza.
Praticamente inceneriti cinque dei sei padiglioni per migliaia e migliaia di metri quadrati; questo lo scenario di distruzione lasciato dalle fiamme, divampate nella serata di ieri e domate dai vigili del fuoco solo dopo un lungo lavoro di molte ore.
Quello che rende più inquietante il quadro della situazione è che, al momento, l’ipotesi del dolo è la più accreditata secondo fonti investigative e getta l’ennesima luce sinistra su di una città che alla quale sembra essere negato ogni possibile orizzonte di riscatto e rinascita.
L’ennesima tragica giornata di Napoli, prima il crollo del palazzo in via Chiaia, nel cuore della zona più elegante e rinomata della città, e poi l’incendio che ha spazzato via uno dei pochi fiori all’occhiello della città, una struttura che negli ultimi anni ha dato lustro a una metropoli altrimenti stritolata da ogni genere di problema; un’oasi di sviluppo e avanguardia culturale, un contesto fecondo di una miriade di attività scientifiche e non, di cui ora rimangono solo macerie fumanti e cenere.
Per non parlare del grave pericolo che ora incombe sui dipendenti della Città della Scienza e dell’indotto generato, che rischiano di veder andare in fumo anche il loro posto del lavoro;  quando si assiste alla devastazione di quelle poche realtà che in qualche modo simboleggiano la possibilità di poter creare e veder crescere delle esperienze uniche e strategiche per lo sviluppo di territori che sarebbero, diversamente, destinati alla desertificazione culturale, lo sconforto e la rassegnazione possono prevalere definitivamente.
Come se un flusso invisibile e inarrestabile di “cupio dissolvi” aleggiasse sulle vite, sui destini, sulle “cose” del nostro Meridione e della Campania in particolare; ma se c’è un aspetto che la storia del Sud ci ha insegnato è che non c’è nessun limite né di tempo né di durata alla buona volontà degli uomini, al loro slancio vitale, alla voglia di ripartire rimboccandosi le maniche.

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