Cafonal style

Cafonal style

Riproponiamo questo articolo di Andrea Manzi, pubblicato su I Confronti il 12 gennaio 2014, alla luce delle nuove “esternazioni” dell’ex sindaco De Luca sulla ‘cafoneria’, argomento a lui tanto caro.

di Andrea Manzi
Il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca
Il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca

La campagna lanciata a Salerno dal sindaco “anticafone” Vincenzo De Luca cala la scure della gogna mediatica e della delazione “civica” su vandali, parcheggiatori folli, imbrattatori di quella suburra che ormai si espande nella periferia e nel centro. Secondo la strategia municipale, essi vanno fermati con antagonismo frontale, spiandoli ed esponendoli al disprezzo della comunità. La semplificazione porta a queste scorciatoie, soprattutto se s’intende la cafonaggine come minuteria comportamentale d’accatto e, specularmente, la legalità come spazio compreso tra omertà e denuncia. Ma la cafoneria è un “assoluto” contro il quale è vano il ricorso ad agenti e delatori: basterebbe la logica a distruggerla. Bando agli spioni, dunque, che, in una “città europea”, farebbero sprofondare la convivenza nelle stesse secche che squalificarono il Senato di Roma, incupendo uno storico non proprio inesperto, il buon Tacito, che lasciò traccia del suo malumore negli Annales. Sarebbe andata ancor peggio qualche secolo dopo, con alcuni sfibrati “principi”, ineleganti epigoni di una regalità claudicante, disposti a beneficiare del racconto coperto e confidenziale delle malefatte altrui. Anche per inopportunità storica, quindi, e al netto degli attentati alla privacy, il “principe” di Salerno dovrebbe dismettere queste pratiche per inutilizzabilità etica del relato proveniente da delazione. Non è consigliabile una cura cafona come antidoto alla “cafonite”, in base ad un’omeopatica terapia democratica di indimostrata validità.
C’è un contado sudicione in ogni contesto urbano e i gesti villani vanno di certo censurati. Siamo diventati cafoni in blazer blu con tanto di iPhone 5S e SUV, dimenticando l’anima tribal che ci soffia sulla testa. Ma la cultura (non altro) potrà determinare le nostre evoluzioni umane, civiche e democratiche. A tal proposito Francesco Saverio Nitti parlava delle periferie napoletane come della “corona di spine” sulla città assediata. Anche a quell’epoca gli interventi “magici” degli amministratori riguardavano solo il centro-vetrina e altrove si moriva di sub-cultura urbana e di cittadinanza provvisoria. Le periferie ora si sono spostate al centro, i ghetti hanno conquistato culturalmente la city. Il malessere e la volgarità si espandono, i sacchetti anarchici sono lo sventolio di un disagio, di una mancata integrazione, di una perdita di contatto con la storia e con le idee.
Altro che delatori. Il problema è “cafone”, nel senso che vive in questo attributo, al quale va offerto un nuovo orizzonte di senso. Le parole sono malate, si sa, significano meno di prima e vanno aiutate a parlarci. Quale logica può ritenere cafone il sacchetto vagante o il parcheggiatore abusivo piuttosto che un’azione amministrativa fondata sul debito e sull’illusione di grandezza, sull’intangibilità del proprio potere personale (ed ora anche familiare), sul dileggio sistematico del cittadino non allineato, sull’aggressività linguistica e l’irritante auto promozione mediatica, sulla informazione degradata a comunicazione pubblica (senza cioè confronto e contraddittorio), sull’ambivalente relazione con il proprio partito (sottoposto a sevizie verbali ma utile cavallo di troia per le istituzioni centrali), sull’impossibile doppio ruolo (civico e ministeriale), sul bombardamento a giorni alterni di un governo opportunisticamente abitato, sull’etica dei comportamenti predicata a fronte di amicizie e vicinanze imprudenti (agli altri evidenziate e vietate con inappellabili sentenze televisive)?
No, cafone non è solo il sacchetto impertinente e la signora che non lo imbriglia con il guinzaglio giusto, all’ora giusta e indossando il perizoma giusto. È piuttosto una modalità che ha portato alla privatizzazione delle istituzioni, alla creazione di fortini sostenuti dai clientes, al prosciugamento degli ideali democratici, alla malinconia sociale nella città dei costruttori al potere e delle piazzate urbanistiche. Cafone è la politica che ha determinato l’estraneità del cittadino ai propri luoghi. A dieci anni dalla sua morte, questa politica gradassa ci ricorda l’angustia che segnò gli ultimi giorni di vita di Norberto Bobbio, che si sentì d’un tratto “straniero in patria” e sideralmente lontano dal paese civile. L’Italia che egli aveva cercato di costruire, prima che la sinistra imitasse la destra tele politicante, era anti-eroica, dimessa e forte delle sue convinzioni democratiche, non sbracata e auto-celebrativa. È la logica che conquista, pensava Bobbio, il chiasso confonde. E la confusione genera uomini inconsapevoli e incolti, quelli dei sacchetti “fuori orario”, che la nuova politica autocratica può agevolmente imbrigliare e annettere.
Quando chiesero a Gaetano Salvemini se, in Italia, fossero migliori i governanti o i governati, egli rispose non senza scoramento: “Per il 20 per cento sono migliori i governanti, per il 20 i governati e per il 60 per cento sono tali e quali”. Sorge a questo punto, spontanea, la domanda: se un governante, che è più o meno lo specchio dei cittadini, taccia di cafonaggine anche alcuni dei suoi cittadini, non corre poi il rischio di essere investito dalla sua stessa accusa (e di farsi molto male)?

 

Andrea Manzi

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