Caldoro: non siamo più la regione canaglia, la Campania ora è credibile

Caldoro: non siamo più la regione canaglia, la Campania ora è credibile
di Barbara Ruggiero


«La Campania non è più una regione canaglia. Sono contento di registrare questa novità: in Italia e in Europa non siamo più considerati come coloro che sperperano i soldi e poi fanno ricadere sul Paese il proprio deficit». Lo dice Stefano Caldoro (foto), a Salerno alla presentazione della riedizione del libro dell’onorevole Giuseppe Gargani, “In nome dei pubblici ministeri”. Il governatore della Campania, giunto alla Camera di Commercio a presentazione già iniziata, ha stretto la mano – qualcuno dice freddamente – a Vincenzo De Luca, altro relatore del pomeriggio, prima di prendere posto accanto all’avvocato Guglielmo Scarlato e al procuratore Franco Roberti.
Presidente, come sono i rapporti con gli amministratori locali?
Io mi faccio una ragione del fatto che gli amministratori locali vogliano difendere la loro comunità a tutti i costi. Però c’è bisogno di serenità per affrontare i problemi. Abbiamo l’obbligo di lavorare insieme nell’interesse dei cittadini.
Con De Luca però c’è stato sempre uno scontro…
No, c’è solo confronto dialettico: non abbiamo la stessa opinione, ci sono differenze politiche e di priorità. Ma discutiamo di qualità degli interventi e, se resta su questo piano, si tratta sempre di discussioni giuste e corrette.
Sta tentando la strada della conciliazione?
Io su questo non ho mai cambiato idea. Non credo sia possibile affrontare le difficoltà che abbiamo di fronte con il conflitto. Le difficoltà sono oggettive, non è che le abbiamo inventate noi. Tutti insieme subiamo la crisi e le risposte che chiede il territorio possiamo darle solo tutti assieme. I problemi, non è una novità, ci sono e sono pure tanti; vanno affrontati insieme. È legittimo che ognuno difenda la propria comunità, proprio come dovremmo fare noi quando portiamo avanti battaglie a livello nazionale. Quando lottiamo insieme vinciamo più facilmente le battaglie e affermiamo assieme la voce di tutte le comunità del Sud che hanno problemi particolari.
Come si sente la crisi a livello locale?
Il Sud ha problemi che spesso non vengono recepiti dall’intero Paese. L’Italia non sempre è in sintonia con tutti i problemi del Meridione, non ne capisce la differenza. La drammaticità del territorio è terribile rispetto alla crisi nazionale. Qui è veramente durissima. Generalmente si tende a rendere responsabili della mancata risoluzione di problemi chi ha un ruolo più alto nella gerarchia di governo. Purtroppo la situazione nazionale impone dei limiti anche agli enti locali. Abbiamo centinaia di cantieri aperti in tutta la regione. Per la distribuzione delle risorse, che sono state dimezzate, ci deve essere un lavoro di equilibrio, corretto e giusto di distribuzione equa su tutto il territorio.
La ripresa è vicina?
Prima eravamo considerati come una regione che sperperava e che scaricava sul Paese il proprio deficit; ora non più. Solo dopo aver recuperato credibilità ci si può sedere a un tavolo di veri interlocutori. Per esempio, oggi sono arrivato in ritardo alla presentazione perché sto discutendo con il Governo di una norma necessaria nel Decreto Sviluppo che riguarda il trasporto pubblico locale in Campania.
Qualche giorno fa l’hanno indicata come possibile candidato alle primarie del Pdl. La voce è stata subito smentita direttamente da lei sul suo blog. Perché?
Ho appreso la notizia dai giornali e ho precisato la mia posizione. Ho dato una risposta chiara. Non c’è né una candidatura né un’autocandidatura. Le questioni non si risolvono con le ambizioni e con i narcisismi. Io ritengo che, nell’ambito di un progetto moderato e riformista, i temi del sud vadano affrontati. Su questo punto non possiamo fare un passo indietro. Se nel dibattito politico, anche relativo alle primarie, non vengono fuori le nostre priorità, noi dobbiamo incidere direttamente; ma io non dico di incidere  personalmente: occorre creare delle condizioni perché si parli di questi temi.
L’eventuale partecipazione alle primarie significherebbe un ripensamento per quello che riguarda  la possibilità di costituire un’area socialista?
Io penso che la cultura riformista debba essere sempre presente nel Paese e debba avere la sua espressione massima, se possibile, nelle forme organizzate; oppure come area di riferimento se il momento politico non lo consente. Oggi tutti vogliono diventare riformisti. Quelli che non lo erano sono diventati socialisti e riformisti. Noi che siamo sempre stati su questo filone – che pare vada di moda anche in Europa – pensiamo si debba affermare la cultura riformista. In Italia, con il sistema bipolare, il riformismo è un po’ ristretto tra i due schieramenti. Ma non dimentichiamo che il riformismo quando ha potuto incidere nel Paese lo ha fatto: parlo della riforma del mercato del lavoro, la legge Biagi, la riforma della scuola e dell’Università.
Ma secondo lei il riformismo può essere di destra?
Destra e sinistra sono categorie ampiamente superate. Il riformista ha una sua cultura, una sua storia, una sua tradizione, i suoi padri. Tra i padri, oltre quelli che conosciamo tutti e che si citano sempre (Turati, Salvemini…) metterei Pietro Nenni, troppo spesso dimenticato. Nenni ha rappresentato un giusto equilibrio. Poi ha esercitato l’azione politica, si è sporcato le mani con il governo pur denunciando l’impossibilità di incidere. Una volta disse: “Sono stato nominato vicepresidente del Consiglio, pensavo di entrare nella sala dei bottoni ma i bottoni non li ho trovati”.  Con quella frase ha denunciato una certa impotenza rispetto a quello che pensava  potesse essere il quadro delle grandi riforme. Almeno a Nenni, nel ricordare i padri socialisti, dobbiamo arrivare. Poi, più in là nel tempo, andremo avanti negli anni e ne individueremo altri».

Barruggi

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