Lun. Ago 19th, 2019

I Confronti

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Campania “commissariata” da Roma per non perdere i Fondi Ue

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Per uscire dalle secche, Regione sotto la supervisione del governo-tutore
di Gianmaria Roberti

palazzo_santaluciaMolti coltivavano un rassegnato scetticismo, la scorsa estate, quando il ministero della Coesione territoriale comunicava gli obiettivi imposti alla Campania, regione lumaca per antonomasia nella capacità di spesa dei fondi europei. Per evitare il taglio delle risorse inutilizzate, entro fine ottobre avrebbe dovuto raggiungere una quota certificata pari al 16,8% della dotazione complessiva del fondo sociale europeo (Fse), e al 15,1% per cento del totale del fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr). Ancora più hard appariva il traguardo di fine anno: la soglia di spesa era fissata al 26,6% delle risorse Fse e al 21,1% di quelle Fesr. Si trattava di spendere in due mesi e mezzo, solo per il Fesr, 600 milioni. Ossia quanti ne erano stati impegnati in 30 mesi di atavico passo da bradipo, ricordando il mortificante definanziamento di fine anni ’90, quando svanirono oltre 400 miliardi di lire di fondi Ue. Ma allo scoccare del 31 dicembre, suonavano le trombe della riscossa. “In Campania si registra un’accelerazione della spesa dei fondi europei – annunciava il ministro Barca -. Restano alcune criticità ma i dati testimoniano un trend positivo”. Sì, l’obiettivo del 15,4% era centrato. Certo, la Campania restava maglia nera per capacità di spesa, anche rispetto ad altre realtà meridionali. Ma c’erano segnali di svolta. “Non siamo più una regione “canaglia” – esultava il governatore Caldoro – Raggiungiamo tutti i target fissati con Ue e governo”. Uno sprint miracoloso di Santa Lucia? Una rincorsa che, come per le altre regioni Obiettivo Convergenza, aveva un prezzo salato da pagare. Un costo alto in termini di autonomia, e ambizione di programmazione territoriale. Una delibera Cipe dell’11 gennaio 2011, col Governo Berlusconi in sella, centralizzava la gestione di 7,5 miliardi di fondi strutturali per il Mezzogiorno. Un’eresia, per l’Esecutivo dei tanti ayatollah del federalismo, bardati di ampolle e bandiere verdi. Un dogma a geometria variabile, da declinare anzitutto quando conviene al Nord. La sterzata neocentralista si coniugava con la grandinata di rimproveri di Ue e Bce, per l’Italia davanti allo spettro default, nella drammatica primavera-estate di due anni fa. L’incipiente crisi di liquidità per le casse pubbliche autorizzava la sforbiciata alla quota statale di cofinanziamento dei fondi strutturali. La Campania, che a giugno 2011 galleggiava ancora attorno alla media di spesa dell’11,9%, era legata mani e piedi alla zattera di Roma padrona, e al Piano di Azione e Coesione ministeriale. In ballo ci sono 4 miliardi di euro, che nel 2015 potrebbero tornare al mittente. Il salvataggio richiede però una vigilanza dall’alto, col governo nel ruolo di tutore, anche nella rimodulazione dei progetti da finanziare. Almeno in parte. Infatti, riguardo al Programma operativo Fesr al 31 dicembre scorso, la dotazione finanziaria scende dagli iniziali 6.864.795.198 di euro agli attuali 4.576.795.198 di euro. E fonti istituzionali chiariscono che 1.688.000.000 di euro sono “dirottati” dalla Regione al Governo centrale, pronto a spenderli sul territorio campano, ma secondo criteri autonomi. Il Programma operativo Fse passa invece da una dotazione finanziaria iniziale di 1.118.000.000 di euro a 968.000.000. La Commissione Europea ha dato l’ok a 13 grandi progetti della Regione Campania, tra cui la riqualificazione e il recupero del fiume Sarno, il sistema integrato portuale di Napoli,  la bandiera blu del Litorale Domitio, il litorale del golfo di Salerno, la valorizzazione del Centro storico di Napoli,  la Banda Larga. Avvicinandosi la scadenza del ciclo di spesa 2007-2013, si ipotizza che ulteriori interventi saranno spostati sul programma 2014-2020. Il definanziamento sarà evitato grazie alla norma che prevede di impegnare le somme entro il termine del ciclo, ma di spenderle entro i successivi due anni. Ma la marcia per uscire dalle secche è ancora lunga, per la Campania. Al momento, in termini di spesa certificata, le cifre parlano di 272.271.339 per il Fse (pari al 28% sulla dotazione) e 965.095.202 per il Fesr (21,09%). Un balzo avanti, rispetto ai passati ritmi da moviola. Ma numeri ancora troppo magri, per una regione col Pil più basso d’Italia (poco più di 12.500 euro pro capite). E adesso, neppure libera di autodeterminarsi circa i piani di sviluppo.

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