Cantone demiurgo

Cantone demiurgo
di Andrea Manzi
Il presidente dell'Anac, Raffaele Cantone
Il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone

Il nome di Raffaele Cantone è ormai diventato un passepartout per ogni ipotesi di nomina: dalla presidenza dell’Anac – che operando senza poteri d’indagine giudiziaria non potrà, per ammissione dello stesso magistrato, invertire nel breve periodo pericolose tendenze a delinquere – a commissario per il rilancio dell’ex Italsider di Bagnoli – “Ma perché pensano a me visto che non sono un manager?”, osservò l’interessato – a presidente della Repubblica, probabilmente in funzione simbolica, esibito da Palazzo Chigi contro giochi ritenuti inopportuni o sgraditi. Ora il nome dell’ex pm che fustigò i Casalesi, entrando nel pantheon di Saviano con un effetto domino in termini di visibilità e cambiamento di vita, gira come sostituto del ministro Lupi; circostanza che fa ancora più effetto, dopo giorni in cui, sulla legge Severino, il magistrato, a distanza di 48 ore, ha affermato tesi un po’ divergenti, alcune della quali (le ultime) sono apparse politicamente legittimanti per l’ex sindaco di Salerno De Luca che, nonostante la condanna di primo grado per abuso d’ufficio, è candidato dal PD a presidente della Regione Campania, incarico per il quale a suo tempo è ugualmente circolato, e con insistenza, il nome di Cantone.

Nulla da obiettare se quest’ultimo non fosse un magistrato di serietà assoluta, per nulla simile a una certa genìa di toghe che ha popolato il parlamento e l’establishment dopo aver fatto strame della loro residua credibilità. Soprattutto un magistrato, Cantone, che non ha mai creduto alla delega proiettata su figure simboliche (come ora rischia di diventare la sua). Ecco, infatti, con quanta passione, in un’intervista rilasciata a chi scrive, osservava, il 12 ottobre 2008, a proposito di Antonio Bassolino: “Napoli è una città che trasforma l’uomo politico in un demiurgo, e da qui nascono molti problemi. Prendiamo Bassolino: è stato eletto con una percentuale elevatissima, circa il 70 per cento dei voti, eppure quando è stato votato da una maggioranza così vasta c’erano già vicende inquietanti legate al passaggio dei poteri dalla Regione al Commissariato… Oggi bisognerebbe chiedersi dove è finita quella maggioranza visto che i sondaggi lo danno in caduta libera…”. La società delega senza chiedere conto – questo il senso del discorso di Cantone – “si invoca il demiurgo per risolvere ogni cosa, il che ovviamente non avviene”. Così spiegava il magistrato, che era già diventato nel frattempo simbolo real/letterario di Gomorra e, quindi, uomo-vetrina e dispensatore di saggezza civica in servizio permanente. Risultato degli interventi demiurgici? “Subentra lo scetticismo”, per Cantone, “la gente si chiude, la partecipazione scompare.” Le parole della toga più popolare d’Italia lasciavano trapelare una critica alla mediatizzazione della politica, alla spettacolarizzazione dei ruoli, rischi che svuotano di valore le residue esperienze di cittadinanza attiva, in ossequio ad una ritualità che ha trasformato la collettività e gli elettori negli spettatori di un show. Uno spettacolo nel quale i protagonisti sono proprio i pronipoti di quegli esseri divini inventati da Platone nel Timeo, i demiurghi, contro i quali Raffaele Cantone sei anni fa pronunciò un chiaro “non ci sto”. Ora anche lui un po’ demiurgo lo è diventato. La colpa non è sua, probabilmente, ma di quanti, tirandolo per la giacchetta, lo usano come una maschera nietzscheana, per nascondere il caos dell’eterno ritorno dell’uguale, ossia di quei giochi di potere fatti alle spalle di chi, come lui, non potrà mai avere tutte le necessarie conoscenze tecniche per impedirli.

redazioneIconfronti

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