Capacità giuridica e capacità di regnare

Capacità giuridica e capacità di regnare
di Carmelo Currò

re-vittorio-emanuele-iiiLuigi Filippo di Borbone Orléans, duca di Chartres, l’uomo più ricco di Francia, dignitario della massoneria, inviso alla Regina Maria Antonietta che aveva ben compreso quali maneggi il principe suo parente stesse organizzando ai danni del Sovrano, finì la sua carriera politica votando come Cittadino Egalité, la morte del martire Luigi XVI, alla convenzione nazionale di cui era sacrilego delegato. Nonostante suo figlio Luigi Filippo riuscisse a diventare molti anni dopo Re dei Francesi (1830-1848), moltissimi Monarchici e concittadini si rifiutarono (e ancor oggi rifiutano) di riconoscere questo ramo della famiglia Borbone come legittimo pretendente al Trono di Francia, dal momento che, più dei sentimenti filo-liberali, il gesto repubblicano del duca di Chartres avrebbe per sempre privato dei diritti ereditari lui e la propria discendenza. È stato sempre ritenuto che, nella classificazione delle fonti giuridiche, esistano fonti primarie che superano le leggi in vigore e che fanno ampio riferimento al Diritto naturale, al Diritto delle genti: araba fenice sempre agognata e sostenuta nelle sedi giuridiche ma spesso negletta. Rivitalizzata ai processi di Norimberga dopo la seconda guerra mondiale, la tesi è stata solo recentemente richiamata con serietà dalla Comunità internazionale, in particolare per quanto riguarda i crimini commessi nella ex-Jugoslavia e in Rwanda. Mi si domanda se lo stesso principio possa essere invocato per inficiare i diritti del “ramo principale” di Casa Savoia sulla ipotetica Corona d’Italia, in seguito alle esibizioni con travestimento del principe Emanuele Filiberto e alle accondiscendenze del re Vittorio Emanuele III nei confronti del fascismo. Certamente il contributo del principe Emanuele Filiberto alle benemerenze della sua famiglia mi pare increscioso e tutt’al più da essere ricordato per l’ammissione all’Ordine di Malta. Mi viene in mente il bel libro di Roger Peyrefitte sull’Istituzione e forse ci si rammenterà anche la ricostruzione dell’episodio che narra il tentativo del nostro grande attore Totò (che pretendeva di discendere da improbabilissimi antenati imperatori bizantini che hanno ricevuto giustizia grazie a un dettagliato libro sull’argomento) di essere ammesso nell’Ordine. Invano, poiché una clausola di ammissione avrebbe rifiutato gli attori comici. Per Vittorio Emanuele, il caso è più difficile. Il re, come per alcuni buoni aspetti il duca di Chartres, ben ricordato per le sue doti di intelligenza, organizzazione, serietà e cultura, per la sua dedizione alla Nazione, alla famiglia, alle Forze armate, per essere stato uno tra i più grandi numismatici del mondo, ammiratissimo dalla Regina Vittoria, annebbiò le sue doti naturali e di volontà per non avere opposto una resistenza politica autorevole al fascismo, una volta che la parvenza della legalità democratica era stata messa da parte dal regime dittatoriale. A parte le guerre di Albania e d’Etiopia, e la seconda guerra mondiale, l’atto considerato gravissimo perché lesivo di cittadini che godevano della cittadinanza italiana, è considerato la firma sulle leggi razziali volute dal fascismo e terribile prodromo della persecuzione e deportazione degli Ebrei. Il re, insomma, potrebbe ritenersi colpevole di un crimine di lesa umanità, responsabile in prima persona, non quale soggetto di Diritto internazionale, come si pensò per i crimini nazisti secondo la Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ Onu del 13 dicembre 1946; ma principalmente nel contesto di un diritto primario interno nella sua qualità di cittadino italiano. E del resto, se sosteniamo la responsabilità morale dell’individuo, non si deve dimenticare come già gli articoli 227 e seguenti del Trattato di Versailles mettevano sotto accusa l’ex-imperatore di Germania Guglielmo II per violazione suprema della morale internazionale e dell’autorità dei Trattati, insieme a molti ufficiali tedeschi, imputati delle note violazioni della guerra marittima: norme cui non si potè dare seguito per il rifiuto dell’Olanda, sul cui territorio si era rifugiato il Sovrano, di concederne l’estradizione (cf. R. QUADRI, Diritto Internazionale Pubblico, Napoli 1973, p. 419). Anche se riscattata dalla opposizione fattiva della Regina Maria Josè, sulla capacità di regnare della Casa Savoia è probabile che sussistano pesanti interrogativi che nella vaga ipotesi di una restaurazione andrebbero esaminati e risolti.

redazioneIconfronti

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