Capitalismo ko, ora ripartiamo

Capitalismo ko, ora ripartiamo
di Luigi Rossi

cimg1408Il degradante mosaico italiano ha sperimentato lo sfaldarsi di un altro tassello, mentre tutti si domandano quando sarà possibile vedere la fine di tanto scempio. Nella sinfonia degli orrori che caratterizza la vita pubblica questa settimana è stata caratterizzata dalla vicenda relativa agli arresti per il Mose di Venezia. Ma la coscienza scandalizzata di tanti non deve meravigliarsi se ha posto al centro della propria esistenza la logica di mercato fondata sulla ricerca spasmodica di danaro, ritenendolo unica garanzia per consentire al proprio individualismo di emergere.

Rimedi? Innanzitutto una profonda conversione per recuperare valori di fondo della convivenza civile. I progressi della scienza e della tecnica rendono ognuno di noi interdipendente con gli altri; oggi i comportamenti della famiglia umana hanno conseguenze di tale portata da interessare e coinvolgere le generazioni future. È un indubbio effetto del progresso al quale purtroppo corrisponde ancora un’etica individualistica preoccupata soltanto dei comportamenti del singolo alla ricerca del proprio utile.

Il capitalismo è ormai nella sua fase di progressivo tramonto. Si vive una preoccupante oscurità che rischia di obnubilare la speranza se si continua a soddisfare l’individualismo che induce a possedere cose da consumare in una prospettiva di gretto egoismo. Così si determinano sprechi ingiustificati mentre si acuisce la diseguaglianza sociale.

Da più parti si ricerca una alternativa ai modelli di mercato sollecitando forme di condivisione e modi di comunicazione per disporre di energia positiva e risolvere i tanti problemi all’orizzonte. Si auspica l’inizio dell’era della cooperazione dopo aver strappato il velo che copriva i mali della società mercantile e proposto reali alternative per praticare la collaborazione e non la competizione.

Una possibilità è fornita dall’attenzione da prestare alle periferie esistenziali per custodire concretamente l’umanità. In questa prospettiva l’impegno per l’intesa generazionale, la disponibilità ad operare per il recupero di tanti giovani che il paese rischia di perdere costituisce un impegno, un dovere, una missione, una necessità.

Questa è la diga che merita di essere costruita e per la quale conviene fare quanto è nelle nostre possibilità. È un appello ai politici che ci rappresentano, è una opportunità di riparazione per chi ha tratto profitto illecito dall’uso del danaro pubblico, é un tentativo di ristabilire la giustizia sollecitando il calore di una carità che apre alla serenità di una realistica speranza. Amartya Sen esorta ad una etica del bene per poter procedere alla piena realizzazione delle potenzialità dell’uomo. È l’unico modo per raggiungere e far sbocciare nella pienezza le potenzialità di tutti. Ciò diventa possibile se si é disponibili a trasformarsi e non contentarsi di essere quello che si è. Ne deriva l’indilazionabile necessità di impegnarsi per operare l’emancipazione; essa va ben oltre la mera conservazione dell’esistente e, grazie al suo implicito ottimismo, consente all’umanità di continuare a produrre frutti buoni, belli e profumati.

 

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *