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Carlo Cafiero, la vita rivoluzionaria del Figlio del Sole

Carlo Cafiero, la vita rivoluzionaria del Figlio del Sole
di Basilio Fimiani

E l’anima va e affida i suoi sogni ai voli.
Anche stanotte bussano alla porta tanti poveri cristi.
Carichi della loro croce, dimenticati da Dio e dagli Uomini, passarono, vite intere, tra ideali mancati e letti di contenzione, in camerate dove la carne umana si vendeva nei macelli della pazzia.
Vivendo l’utopia, i senza luce coltivavano le ombre, a stretto contatto con i carnefici, per scontare la vita assurda, con la morte liberatoria delle agonie.
Anche ora, ritorna, per parlarmi, Carlo Cafiero, morto, con la camicia di forza, il 17 luglio del 1892, nel manicomio di Nocera Inferiore, per tubercolosi intestinale, dopo un lungo periodo in cui, nudo, si aggirava, all’aria aperta, gridando: “Io sono il figlio del Sole”.
Figlio di ricchi latifondisti pugliesi, nasceva, a Barletta, quinto dei figli, Carlo, nella vecchia via borbonica della Cordoneria, al numero civico 111.
Correva l’anno 1846.

Basilio Fimiani

Basilio Fimiani

Di lì a pochi mesi, nella stessa via, al civico 23, veniva alla luce Giuseppe de Nittis, con i suoi colori parigini.
Erano i tempi di attesa rivoluzionaria: il ’48, con le repubbliche di Roma e il Triumvirato di Mazzini, Armellini e Saffi, di Firenze, con Mazzoni, Montanelli e Guerrazzi, di Venezia e della sua gloriosa storia, con Daniele Manin e Nicolò Tommaseo.
Dopo la caduta dei sogni repubblicani di Roma e Firenze, nelle ultime ore di Venezia, “il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca”.
Solo nove anni dopo, “sulla glebe livida di strage di Sanza”, il 2 Luglio del 1857, “ruinava a morte, novello Decio disfidante il Fato”, Carlo Pisacane.
Ancora commovente il suo testamento politico, mentre partiva da Genova per il Sud.
Dei suoi trecento, della spedizione di Sapri, si era salvato, tra pochi, per puro miracolo, Giovanni Nicotera, di Sambiase, giovanissimo rivoluzionario.
I monaci della Certosa di Padula, avendo pietà dei suoi verdi anni, lo avevano curato, amorevolmente, nella loro infermeria.
Quindi era stato associato al carcere duro di Salerno.
Solo dopo meno di tre anni, nel maggio del ’60, si realizzava la spedizione dei Mille, con l’apporto essenziale della flotta inglese, dei picciotti siciliani e della camorra napoletana, di Tore ‘e Crescenzo e di Liborio Romano, già Ministro della polizia borbonica.
Ma veniamo ai due giovani di Barletta.
A ventiquattro anni, si trovavano, entrambi, nel ’70, a Parigi.
“Carluccio era un giovane bellissimo e le bagnanti della Grenouillere, glielo facevano capire.
La gente, così riferisce ancora de Nittis, diceva che fosse pazzo, dissipatore incosciente e superbo.
A me sembrava colto, intelligente, con ottima conoscenza delle lingue.
Purtroppo, a soli trentotto anni, de Nittis si spegneva, sotto il cielo di Parigi e la moglie, Leontine, per amore, destinò tutte le sue tele alla terra natia di Barletta.
Intanto, Carlo continuava la sua azione rivoluzionaria.
Altro destino era affidato al giovane temerario.
A Firenze, già capitale del Regno, riorganizzava il Movimento del Socialismo Internazionale.
Seguiva la via della Svizzera, tra Ginevra e S. Imer.
Anche a Londra, era tra i protagonisti dell’idea rivoluzionaria e, primo, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, tradurrà, in italiano, il Compendio del Capitale di Marx, con ampi elogi dello stesso autore.
Sempre nella capitale inglese, nel ’71, Engels gli affidò la riorganizzazione del Movimento a Napoli.
Qui, però, il Gruppo degli amici di Bakunin era diffuso e radicato.

Carlo Cafiero

Carlo Cafiero

Il rivoluzionario russo aveva scelto questa terra partenopea, già culla della civiltà egizia e della sinistra hegeliana, quale luogo ideale per le figlie, Sofia e Marussia, particolarmente care ad amici, come Spaventa e Labriola.
Sofia sarà titolare della cattedra di Chimica, all’Università di Napoli, Marussia sposerà un nobile napoletano e genererà Renato Caccioppoli, un genio della matematica, che si accompagnava con una gallina, al guinzaglio, per le aule dell’Università.
Ma torniamo a Carlo ed alle sue peripezie.
Dopo la rinuncia alla attività diplomatica, da Londra, si spostò a Napoli.
Crescevano, così, i progetti della Propaganda del Fatto.
Dopo la infelice esperienza con lo stesso Bakunin, così come descritta nel “Diavolo a Pontelungo” di Bacchelli, seguita al periodo della Baronata, nei pressi di Bellinzona, ricchissima villa, ora di proprietà dei Tyssen von Bornemizza con un Museo di Arte Moderna, finì l’amicizia tra i due.
La Baronata aveva ospitato, a spese di Cafiero, tutti gli anarchici del mondo, nel nome della fratellanza universale e della rivoluzione planetaria, sulla base di: “da Tutti, secondo i propri impegni e facoltà, a tutti, a seconda dei propri bisogni”.
Il cammino, nel nome dell’anarchia, si fondava sull’idea: “Né Stato, né Dio, né servi, né padroni”, pena la dittatura del proletariato, con il potere assoluto di pochi, per lo più intellettuali, a danno di molti, come sarà con il comunismo reale.
Dopo il fallimento dei moti di Bologna e della Toscana, lo stesso Bakunin, era fuggito, in abito talare, senza farsi vedere più in Italia.
Nonostante tutto, Cafiero, indomito, si preparava, ancora, ad un’altra esperienza rivoluzionaria.
Nella zona tra il Matese ed il beneventano, un gruppo di anarchici si dovevano riunire a San Lupo per diffondere la Mistica della Fratellanza, dell’Uguaglianza e della Libertà.
Intanto, l’allora Ministro degli interni, Giovanni Nicotera, quello della Spedizione di Sapri, era all’erta e aveva organizzato un servizio di vigilanza e spionaggio, per una repressione terribile.
Presso la masseria Iacobelli, nei primi giorni di aprile del 1877, si erano presentati un nobile inglese, (il nostro Carlo Cafiero, con tanta di barba, come un lord) e la sua compagna, Olimpia O Kutuzova, da lui sposata in Russia, per sottrarla alla repressione zarista.
La coppia era accompagnata dall’interprete, (Enrico Malatesta, di San Cipriano d’Aversa, futuro capo del Movimento Anarchico Italiano) e dal finto cuoco, Stepniak (un anarco-terrorista russo, o meglio Sergej Kravcincskij).
La polizia li sorvegliava, già al momento della partenza da Napoli per San Lupo.
La motivazione della loro presenza, nel Sannio, era il bisogno di cure per la cosiddetta inglesina, affetta da mal sottile.
Il luogo scelto doveva essere l’inizio della insurrezione
“Bisognava agire contro lo Stato delle tassesul sale e sul macinato.
Bisognava lottare contro la leva obbligatoria”.
La ricchezza doveva essere distribuita a tutti, soprattutto a coloro che non avevano nemmeno gli occhi per piangere.
Nella notte del 5 aprile, ci fu, purtroppo, un fatto di sangue ed un carabiniere, in servizio notturno, Santamaria, fu ferito, assieme con un commilitone, in uno scontro a fuoco.
Da qui, la banda del Matese si dissolse, come neve al sole.
I pochi rimasti, abbandonando provviste ed armi, si diedero alla montagna.
Sotto una pioggia battente, arrivarono a Letino e, quindi, a Gallo.
Riuniti, in piazza, i cittadini delle due comunità, si dichiararono liberatori del Popolo e distribuirono le poche monete, tratte dalla cassa municipale, ai presenti.
Assisteva all’assemblea, oltre al Consiglio Comunale tutto, anche Don Fortini, prete di Letino.
Analogamente, parteciperà, poi, alla riunione di Gallo, Don Tamburri Vincenzo, curato del Paese.
Entrambi i sacerdoti, sarebbero, poi, stati arrestati con i rivoluzionari e condotti nello stesso carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Essi dichiararono che i dimostranti erano “angeli venuti dal cielo in terra a miracol mostrare”.
Quindi, Cafiero ed i suoi compagni, furono accolti come liberatori del Popolo, contro uno Stato succhiasangue.
Fu cantato, anche, il Te Deum, ed impartita la benedizione.
I rivoltosi, guidati da Cafiero e Malatesta, spaccarono i contatori delle macine ed invitarono i contadini a macinare il grano, gratuitamente.
In tutti e due i paesi, si glorificava a Dio, con canti di Alleluia.
Intanto, un folto gruppo di carabinieri, poliziotti, guardie municipali e bersaglieri, erano stati incaricati della cattura dei ribelli rivoluzionari ed internazionalisti, già definiti la Banda dei Briganti del Matese.
Il gruppo, sentendo addosso il fiato dei militari, cercava di riparare nel Molise, ma la pioggia, con la neve sulle creste dei monti, impediva qualsiasi superamento dei valichi montani.
Bagnati, fin nelle ossa, ripararono nella masseria di un pastore contadino, con le polveri da sparo bagnate e i fucili che grondavano acqua.
Circondati dai militari, non potendo reagire, si arresero ed, incatenati, in fila, furono portati in carcere a Benevento e, quindi, a Santa Maria Capua Vetere.
Era il giorno 11 aprile del 1877.
I congiurati rimasero in carcere fino al 25 agosto del 1878.
Già deferiti al Tribunale Militare, il giudizio del Ministro divenne più mite, perché la figlia adottiva, Silvia Pisacane, informata dagli avvocati difensori (e tra essi l’ottimo Merlino) fece notare, al padre adottivo, che, anche lui, con il padre naturale Carlo, aveva partecipato ad una simile spedizione conclusa a Sapri e quindi a Padula, nel sangue il 2 luglio 1857.
Di lì a poco, Umberto I, già succeduto al padre, ebbe un erede maschio, Vittorio Emanuele III.
Per l’occasione promulgò un’amnistia generale, per tutti i reati politici.
Le aspettative dei rivoluzionari, purtroppo, furono deluse, perché il processo, a Benevento, con il Procuratore Forni, continuava, contro di loro, per i reati di sangue.
Finalmente liberati, il 25 agosto, tornarono alle loro case ma la storia, travagliata, non ebbe ancora fine.
Enrico Malatesta, con alcuni compagni, si arruolò nell’esercito rivoluzionario del Nord Africa, Carlo, a sua volta, continuò la sua lotta anarco – rivoluzionaria e socialista, assieme con il suo segretario, Andrea Costa.
Questi, accettando l’agone politico, sarà il primo deputato socialista, assieme, poi, con Filippo Turati, di Canzo.
Per Andrea, detto il biondino, tutte le sigaraie, con l’interno della coscia, arrotolavano il primo e l’ultimo sigaro della giornata di lavoro.
I proventi, di questo lavoro straordinario, venivano destinati alla rivoluzione.
Il rivoluzionario socialista romagnolo, spesso in carcere, diffondeva il suo ideale sociale ed era, innamorato pazzo, della Kulisciov.
A seguito dell’attentato fallito del Passannante, ad Umberto I, nel 1879, anche il giovane Pascoli, che aveva manifestato in suo favore, sarà condannato, a ben quattro mesi di carcere.
L’anarchia era, così, punita.
Per Carlo, invece, seguirono periodi di desolazione e trattamenti imposti, con cure mentali, presso diversi manicomi.
Trovato nudo, in un bosco della Toscana, in uno stato di allucinazione, veniva trasferito nella struttura manicomiale di Nocera inferiore, già di proprietà dello stesso Giovanni Nicotera e della sua famiglia.
Spesso, qui, aggirandosi nei cortili interni, senza vesti, il martoriato Carlo soleva ripetere:
“Io sono il figlio del Sole”, bilicato tra pazzia, utopia e nel miraggio del Sole dell’avvenire”.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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