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Carlo Levi, se l’auto-rappresentazione prevale sul racconto

Carlo Levi, se l’auto-rappresentazione prevale sul racconto
di Rosaria Fortuna
“Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia  (..) Ma chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato rimandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà,  su un suolo arido, nella presenza della morte.”
Un dipinto di Levi

Un dipinto di Levi

Questo è l’incipit di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi e in questo incipit è racchiuso tutto il senso del libro.
La stanza chiusa di cui scrive Carlo Levi nell’incipit è la stanza in cui visse, a Firenze, dal 1941 al 1945, nell’appartamento di Anna Maria Ichino, in piazza Pitti. Firenze era occupata dai nazisti e per questa ragione, mentre scrive del suo confino in Basilicata, più che la mondo chiuso della Basilicata, Carlo Levi sta pensando alla sua immutata condizione umana di prigioniero, alienato, ebreo a Firenze. Questo passaggio, mai approfondito, se non da Giorgio Bassani, ci permette di  interpretare il Cristo diversamente, e con esso anche la storia d’Italia. La vita a Firenze, in quel periodo, era densa di incontri umani tutti improntati all’estrema provvisorietà esistenziale, eppure Carlo Levi riusciva ad avere una vita di relazione intensa. In questo ricorda Curzio Malaparte, per la comune abitudine di “usare” gli altri, in modo particolare le donne, come specchio narcisistico, anche se poi tra i due scrittori esiste un abisso dal punto dell’attività letteraria. Attività letteraria che in Curzio Malaparte è primaria, Malaparte è scrittore assoluto senza indulgenza o compiacimento alcuno, spudoratamente carnale, e vicino alla realtà, in maniera drammatica, mentre Levi procede per autosuggestioni, senza che la scrittura diventi mai la sua attività  prevalente. Ma torniamo a Firenze. A Firenze, Carlo Levi incontra tra i tanti perseguitati dal fascismo, in qualità di membro del Comitato toscano per la liberazione, anche  Giorgio Bassani, in fuga da Ferrara, e diventa il suo procacciatore di farina e di olio. Questo permetterà ai due di avere una consuetudine umana, al punto tale che Giorgio Bassani fu l’unico a stroncare il Cristo di Carlo Levi, già nel 1950 , su la rivista “Paragone: mensile di arte figurativa e di letteratura”. La rivista era edita da Sansone, e diretta da Roberto Longhi, Giorgio Bassani era una delle firme.
Cosa imputava Giorgio Bassani a Carlo Levi, e perché questa sua lettura critica del Cristo, ma dell’opera tutta di Carlo Levi, non trovarono ascolto?
Giorgio Bassani riteneva che il peccato più  grande di Carlo Levi fosse il suo essere indeterminato, al punto da ritenerlo un mediocre perché il suo operato non era omogeneo, né  frutto di un rielaborazione analitica della sua vita e dei contesti in cui si trovava ad operare. Eppure il Cristo era stato definito un libro documentaristico, sia Rocco Scotellaro, sia Alberto Asor Rosa in “Scrittori e popolo”, tra i tanti, lo interpretarono in questo modo, ma Giorgio Bassani non era dello stesso avviso. In quel libro non si parla della Lucania, ci dice Giorgio Bassani, e per comprenderlo per davvero diventa necessario leggere gli altri testi di Carlo Levi, visto che Carlo Levi mette al centro di qualsiasi creazione se stesso. In pratica, ed attualizzando il libro, il Cristo è un fantasy, il cui protagonista è un medico/ pittore, confinato in un mondo ostile e sperduto, in lotta contro il male, il fascismo, e il destino cinico e baro, l’ambiente a lui non congeniale. E qui torniamo a Curzio Malaparte, che confinato a Capri in una villa da sogno, con pista ciclabile sul tetto, villa nata da un suo progetto, se ne lamentava, perché il mondo intorno a lui era troppo depresso e chiuso per comprenderlo, da qui il comune dramma esistenziale che diventa dramma intellettuale per entrambi. A Carlo Levi non interessa oggettivare la realtà, né descrivere realmente la Lucania e chi la abitava. Il suo sguardo è deformato proprio perché  rivolto solo su se stesso. Carlo Levi è il superuomo in lotta con lo Stato, Stato che rende tutti incapaci e bisognosi di perdersi in un mondo primordiale ed indeterminato, che incidentalmente e come pretesto narrativo è quello dei contadini lucani. Il Cristo è quindi un libro sulla crisi degli intellettuali, non certo “la guerra dei mondi”, come dalla sua pubblicazione ci è stato raccontato. Per questa ragione Carlo Levi non poteva prendersela con Giorgio Bassani, visto che era stato l’unico ad averlo osservato come uomo, ma si vendicò, a suo modo, ritraendo Giorgio Bassani con gli occhi vitrei, rafforzando ciò che di lui aveva scritto Giorgio Bassani. Giorgio Bassani aveva gli occhi chiari, e chiunque l’avesse ritratto, meccanicamente, avrebbe rilevato solo questo dal suo sguardo. Ciò riprova che Carlo Levi era cieco, e Giorgio Bassani un intellettuale che pagava lo scotto di essere al di fuori e al di là del tempo, oltre ad essere sgradito al Gruppo 63, la nuova leva culturale italiana, e di cui non poteva essere omogeneo, ma Carlo Levi sì. Per questa ragione, Carlo Levi ha continuato a creare proseliti, e a determinare un impoverimento del nostro sguardo attraverso l’incancrenirsi di una situazione politica, a cui lui mai aveva pensato, ma che Giorgio Bassani aveva risolto, al punto da potergli dire a Matera nel ’66,  nell’ambito di un Convegno su i Sassi, che la narrazione di una realtà, tutt’altro che depressa, aveva irrimediabilmente creato un danno ad un patrimonio culturale ed umano, semplicemente perché, invece di osservare la realtà,  con coraggio e consapevolezza, gli intellettuali avevano preferito autorappresentarsi a tutto danno della storia, degli uomini, di Cristo e di Eboli, che non c’entra per niente con le fantasie di Carlo Levi.

 

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