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Caro Salvini, la politica non è un coup de theatre

Caro Salvini, la politica non è un coup de theatre
di Andrea Manzi

La democrazia per Salvini è la società degli spettatori e non dei cittadini. Nasce da questa equivoca confusione l’impianto mediatico dell’attuale governo a trazione leghista. Intendiamoci: il ministro degli Interni pone questioni nodali – dai migranti alla sicurezza, alla necessità di una nuova e più equa politica europea – ma le agita con annunci urlati e talvolta affidati alla rete strategicamente come fini. Per attrarre le residuali attenzioni civiche, inscena cioè rappresentazioni nelle quali uomini e donne si specchiano e si ritrovano. Il reale si potenzia, si allarga così nella virtualità dei luoghi comuni, al punto che le pur drammatiche migrazioni, esito di recenti politiche incoerenti e autolesioniste, appaiono come “il” problema, il solo del giorno, la scorta a Saviano il tema, l’unico, di uno scandalo nazionale senza confini, l’Europa la temuta Geenna del terzo millennio.
È lo shock del potere che con ogni probabilità induce Matteo Salvini all’abuso di una comunicazione insolente in sede governativa, agìta nel tentativo di determinare nuovi esiti politici. La tecnica dello spot accanito declassa però il cittadino e il messaggio diventa un videogame istituzionale. I sondaggi e i risultati elettorali recenti, si dirà, continuano a dare ragione al neo ministro, ma in un momento di così rapidi mutamenti la politica non può essere declinata nella rete, magari anticipando, con spot costruiti ad hoc, il senso e le conclusioni di incontri internazionali in itinere, come è avvenuto ieri mattina con il vertice in Libia. Il titolare del Viminale è qualcosa in più del capo della Lega e, del suo incarico, deve indossare l’abito, vestire lo stile. Forse proprio i due ruoli ricoperti, ministro e capo della Lega, determinano l’attuale cortocircuito, inghippo preannunciato da Roberto Maroni nei giorni che precedettero la travagliata formazione del governo.
Il rischio dell’annuncio quotidiano è più grave di singole cadute come la rivalutazione immeritata dell’autore di Gomorra, sulla cui scorta Salvini intende vederci chiaro, o lo scontro con la comunità scientifica e il Movimento 5 Stelle per l’annosa questione dei vaccini obbligatori; esso può ingenerare la convinzione che tutto sia diventato in Italia politicamente straordinario. E il riformismo fallisce proprio quando si mescolano ordinarietà e straordinarietà: quest’ultima richiede interventi rapidi per la soluzioni di problemi spinosi e non rinviabili, la prima invece presuppone costanza, pazienza, lenta costruzione di prospettive. Salvini, se intende davvero riformare il paese, dovrebbe ricercarle le ragioni miti del dialogo e della coesione costruttiva, a partire dall’area di centrodestra che gli elettori continuano a premiare e della quale si considera ancora il leader.
Una nuova fase politica è una storia da edificare con l’occhio non allo strillo e ai suoi effetti persuasivi ma alla sovranità, l’unica qualità giuridica in grado di fornire legittimità alla democrazia. Non basta, perciò, il mattutino coup de theatre, occorrono competenza e conoscenza senza le quali un popolo è soltanto formalmente sovrano. Sono obiettivi raggiungibili con il lavoro duro e una comunicazione rigorosa delle scelte istituzionali. L’estenuante direttismo mediatico di questi giorni sembra invece riproporre, sotto mentite spoglie, i vaniloqui insinceri del “profeta” di Rignano sull’Arno.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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