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Caro Saviano, abbiamo bisogno di testimoni non di maestri

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di Aniello Manganiello

Lo scrittore Roberto Saviano al Giffoni Film Festival, Giffoni Valle Piana, Salerno, 27 luglio 2013. ANSA/UFFICIO STAMPA GIFFONI ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

di Aniello Manganiello *
Don Aniello Manganiello
Don Aniello Manganiello

Saviano ha pubblicato un nuovo romanzo sulla camorra,”La Paranza dei bambini”. Ho sempre manifestato apertamente il mio dissenso sulle modalità esclusivamente negative con cui Saviano ha letto e raccontato la realtà napoletana,specialmente periferica. Mi sono chiesto tante volte il perché di tanto accanimento nei confronti di Napoli e provincia. Perché raccontare solamente il male? Perché vomitare tanto fango sulla città e su parte della regione? Riconosco a Saviano il merito di aver raccontato in modo sistematico e chiaro le attività criminali delle organizzazioni malavitose campane, ma gli contesto di non aver raccontato il bene che c’è, anche nelle nostre terre. Un grande successo per lo scrittore napoletano, ma generato in gran parte dal fatto che l’opinione pubblica preferisce ciò che alimenta l’adrenalina, le trame violente e criminali.Le storie positive, belle, che raccontano il bene, l’impegno di tanti per partorire una società migliore, il sacrificio di tanti uomini e donne che rischiano ogni giorno per contrastare la cultura camorrista e il degrado nei territori napoletani non riscuotono lo stesso interesse e la stessa attenzione. Io e i miei collaboratori, allenatori e animatori e altre associazioni ci crediamo anche se Saviano dimostra di non crederci. Noi raccontiamo il bene e anche nei ragazzi, che hanno preso strade sbagliate, inoculiamo attraverso iniziative, attività di vario genere, pensieri, idee, progetti diversi, alternativi a quelli delle loro famiglie e a quelli appresi sulla strada. Noi ci crediamo in un cambiamento, noi siamo convinti che questi ragazzi non sono bambini come Saviano afferma, ne conosco anche io di questi adolescenti, che accompagnati e seguiti possono cambiare e riscattarsi.
Caro Saviano,a Scampia ci sono stato come parroco dal 1994 al 2010, e quindi so di cosa parlo, ti dico che non basta raccontare, scrivere libri e fare antimafia da tavolino, non basta la denuncia, ma che occorre lottare per offrire nuove condizioni di vita, bonificare vaste aree, creare posti di lavoro, offrire alternative e diffondere cultura. Caro Saviano, siamo stanchi di questi romanzi, delle produzioni cinematografiche e televisive, ci infastidisce l’uso del termine Gomorra che è il nome di una città biblica, dove prevalgono vizio e violenza e per questo irrecuperabile e quindi distrutta da Dio. E invece vogliamo un’anticamorra delle opere! Anche io sono stato minacciato diverse volte dai Lo Russo, ma ho rifiutato la scorta per amore della mia gente. Non chiedo altrettanto a Saviano, ma un cambio di rotta nel suo modo di raccontare sì. Abbiamo bisogno di testimoni sul campo e non di maestri. L’esercito della camorra perciò non va bombardato con parole e slogan alla moda e ghettizzato ma, al contrario, va redento e salvato. E per salvarlo bisogna vivere al fianco delle sue truppe degradate e tracciare loro la via di fuga: un lavoro discreto e profondo che trasformi le vite dal di dentro, senza strepiti mediatici ed effetto. Un lavoro difficile, che condensa gravissime insidie ma conviene provarci.

* già parroco di Scampia e Garante del Premio Paolo Borsellino

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