Mer. Lug 17th, 2019

I Confronti

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Caro Saviano, fai qualcosa di concreto contro la camorra

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Don Manganiello censura la fiera delle parole dello scrittore / di Andrea Manzi
di Andrea Manzi

«Anch’io sono stato minacciato di morte dai Lo Russo, ma ho sempre rifiutato la scorta per stare in mezzo alla mia gente. Non mi sento di chiedere tanto a Roberto Saviano, che però deve sapere una cosa. Il suo gioco è ormai scoperto e noi abbiamo bisogno di testimoni, non di maestri, veri o falsi che siano. Perciò, non condivido l’affermazione del ministro Salvini di voler verificare la necessità della sua scorta, perché in questo modo si valorizza ancora di più un simbolo che concretamente non credo sia di alcuna concreta utilità nella lotta contro la criminalità e soprattutto nell’azione di recupero di tanti giovani».

Don Aniello Manganiello
Don Aniello Manganiello

Don Aniello Manganiello, 64 anni portati con naturale leggerezza, ultimo figlio di una famiglia poverissima, dall’inizio degli anni ‘90 al settembre 2010 è stato parroco di Santa Maria della Provvidenza, a Scampia, e il suo forzato trasferimento a Roma suscitò proteste che sfociarono in una rivolta. L’esperienza vissuta nel Napoletano fu da lui raccontata nel libro “Gesù è più forte della camorra” (Rizzoli, 2011, già al vertice delle classifiche nazionali di vendita e, dal prossimo settembre, nuovamente in libreria con le Edizioni Europa).  Il suo trasferimento forzato a Roma suscitò le proteste della gente, con petizioni e blocchi stradali, ed ebbe una grande eco sui media. Ha creato, grazie alla solidarietà popolare, un centro sportivo con varie squadre per recuperare centinaia di giovani, in gran parte figli di camorristi. Nel 2012 ha fondato l’Associazione “Ultimi contro le mafie e per la legalità”, che ha 19 presidi in Italia e uffici di corrispondenza in tutte le regioni. È Garante nazionale del Premio Paolo Borsellino.

La sua anticamorra, che ama definire “delle opere”, è a quanto pare l’antitesi delle iniziative di Roberto Saviano.

Non so se Saviano sia passato qualche volta per Scampia; certamente non ha trascorso nemmeno una intera giornata in questi luoghi, altrimenti ci saremmo incontrati o almeno i miei parrocchiani me lo avrebbero riferito. Qui lo scrittore simbolo dell’anticamorra lo hanno visto soltanto in tv. Ciò significa che si può scrivere di camorra senza conoscere concretamente il fenomeno: bastano le carte passate da avvocati e magistrati da cui ricavare storie per editori modaioli e reti tv in cerca di nuovi mercati. Solo così si spiega il fenomeno perché,  a dirla tutta,  Saviano mi sembra  un modesto scrittore.

Inutile, quindi, la denuncia di un fenomeno ricostruito attraverso le deposizioni dei pentiti?

È un’opera interessante sul piano narrativo e può favorire l’impegno civile contro l’anti-Stato. Io non intendo minimizzarla, è un’attività che diffonde messaggi socialmente utili, ma sul piano pratico, oltre a gonfiare a dismisura il portafoglio di Saviano, non salverà una sola vita. Questo è certo. In territori violenti, dove la Legge è assente, soltanto dall’alleanza con l’uomo singolo e bisognoso di aiuto potrà rinascere una vita. Le manifestazioni del fronte anticamorra contro i clan non raggiungono né il cuore né la mente dei malavitosi, che non hanno nemmeno gli strumenti per comprendere il linguaggio degli organi di informazione e degli uomini di cultura.

Saviano lancia dalle tv messaggi che passerebbero sulla testa dei criminali, lei invece che cosa fa per recuperare i giovani finiti nei clan? Si parla di tante conversioni al suo attivo.

I malavitosi vanno fissati negli occhi a uno a uno, rassicurati e amati, protetti e sfamati. Senza mostrare loro un progetto alternativo non si caverà un ragno dal buco. Anche la Chiesa, a Scampia, dovrebbe trasferire pulpito e altare nella strada, ma molti sacerdoti non ci stanno e anche le omissioni della Curia sono tante.

Don Aniello con gli allenatori delle sue squadre a Scampia
Don Aniello con gli allenatori delle sue squadre a Scampia

Le denunce di Saviano sarebbero dunque “innocue” per la camorra oltre che improduttive ai fini di salvare qualche vita?

Quando i camorristi mi chiedono di organizzare il futuro dei figli per evitare che facciano la loro fine, io non mando quei ragazzi ai cortei anticamorra con una bandiera e un megafono in mano e non propongo loro i sermoni di Saviano. No. Io devo trovare le soluzioni, i soldi per farli mangiare, per impedire che le ragazze vadano ad abortire, per comprare i pannolini e pagare le bollette. Ma è difficile far soldi per gli ultimi, il quartiere è povero, non c’è borghesia e il denaro sono costretto a cercarlo fuori. Se propongo a un giovane di gettare la pistola, non posso da prete promettere solo il paradiso, ma devo dare innanzitutto il pane. Pane e Vangelo. Non si può parlare di Dio a chi ha la pancia vuota. Nessuno mi crederebbe.

Ha mai incontrato Saviano, gli ha parlato guardandolo negli occhi?

Lui è un’icona, non ha né occhi né corpo. Vive ormai nella virtualità. Se lo invitiamo a Scampia non risponde nemmeno. Alla Municipalità hanno tentato più volte. A lui non interessa la realtà, è uomo di fiction. Vorrei fissarlo e dirgli: “Come si fa a parlare di ideali a chi è impaurito e chiede la libertà?”. E poi spiegargli che, da queste parti, libertà significa non andare più dall’usuraio e riuscire comunque a sopravvivere. Un giorno stavo per parlargli dell’inconcludenza della sua azione. Eravamo entrambi premiati al “Paolo Borsellino”, iniziativa della quale sono diventato ora Garante nazionale. Era il 30 ottobre 2010, a Roseto degli Abruzzi. Saviano fu l’unico premiato a uscire sul palco dalle quinte, tutti noi altri eravamo seduti in sala. Lo scrittore ritirò il premio e, in una morsa di agenti di scorta, scappò via senza salutare nessuno. Chiesi a un organizzatore di potergli parlare. Mi rispose secco: “Ma lo sa di chi stiamo parlando?”.

Il giorno dopo vi fu con lui uno scontro televisivo.

Sì, eravamo ospiti di “Domenica in” e io dissi che Saviano, mettendo insieme fiction e realtà a proposito di situazioni che non conosceva, gettava fango sull’intera comunità di Scampia, su un quartiere di 80mila abitanti nel quale solo in 10mila traggono un reddito, diretto o indiretto, dalla criminalità. Apriti cielo: avevo profanato una divinità. Protestarono Massimo Giletti, Lamberto Sposini, Klaus Davi, mi difese soltanto Vittorio Sgarbi, che era in collegamento. Anche Facebook si mobilitò contro di me e diventai un “prete bastardo”, reo di aver criticato il film Gomorra, di aver detto che non era una pellicola-verità.

Per concludere, Salvini se la poteva risparmiare la battuta sulla scorta di Saviano?

Salvini dovrebbe concentrarsi sui problemi reali della criminalità a Scampia e in ogni luogo, non riconoscere valore e centralità a simboli ormai sfocati e inutili. I criminali, che sono la nostra razza padrona, temono le opere, le ampie riforme, la promozione umana e sociale dei loro ragazzi, non le chiacchiere di Saviano, che nemmeno ascoltano più.

(da Il Tempo del 29 giugno 2018)

 

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