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Caso De Luca? A Roma si ridacchia del “ministro-non ministro”

Caso De Luca? A Roma si ridacchia del “ministro-non ministro”
di Nadim Reazan

sindaco-vincenzo-de-lucaIl motivo del calo di apprezzamento dei salernitani per il sindaco (-4,4% in sei mesi, dal terzo al 15° posto nella classifica nazionale) probabilmente ha a che fare con la strenua resistenza di cui ha dato prova il torvo e perennemente insoddisfatto Vincenzo De Luca per non mollare nessuna delle due postazioni di potere attualmente occupate.

Deve essere snervante la bilocazione di un unico fondoschiena su due poltrone, soprattutto se da esse si progetta ancora un futuro da dare ad una carriera che appartiene al passato. Primo cittadino e (simil)vice-ministro, quindi. O così o sennò. A che vale che, senza le dimissioni da sindaco, l’incarico di governo è inconferibile, come sottoscrivono tutti i giuristi in buona fede?

La stampa nazionale non ha dedicato spazio alla vicenda, nemmeno alla risposta del governo all’interrogazione di parlamentari gregari e sodali del sindaco, con la quale si è tentato di addossare al premier Letta e al ministro Lupi presunte inadempienze nel mancato conferimento delle deleghe al sindaco più cupo d’Italia. La notizia non è passata nemmeno nei tg e nei giornali radio, segno che il caso-De Luca in Italia semplicemente non esiste e, quindi, nemmeno la risposta del governo (“Se vuoi le deleghe, dimettiti”) ha avuto fortuna.

È una vicenda, questa delle deleghe mancate, che vale zero assoluto nell’epocale passaggio degli italiani sul crinale apocalittico di una condizione quasi disperata. Ed è anche una storia molto triste, questa, perché, al di là delle dissimulazioni bizzarre, conferma patologici legami con il potere di una vecchia tipologia di politici. Potere vissuto (e spremuto) come necessità, forma mentis. “Se non ce l’ho, il potere, io non esisto e non esisterebbero nemmeno le turbe fameliche che mi gironzolano intorno da venticinque anni”: un sindaco “super” deve scacciare questi incubi. E così la propaganda di palazzo, con molto affanno, è corsa in soccorso del rais ed ha dovuto rielaborare la storia delle deleghe negate in salsa nazional-popolare, con ricostruzioni iperboliche o addirittura ellittiche del diritto. Di tanto, a Roma, si ridacchia con smarrito stupore. Si ridacchia perché al personaggio temuto al quale interdicono la Capitale per timore del suo fascino ammaliante, per non soggiacere alle sue straordinarie capacità e alla sua vigorosa politica del fare, capacità uniche di condottiero senza paure e macchie, non crede proprio più nessuno, anche perché di macchie e di giaguari da smacchiare ce ne sono nei due pd (con e senza la “elle”), e in questa fauna qualcuno inserisce, sempre più spesso, il sindaco di Salerno.

Sta di fatto che il disagio crescente della quotidianità fa sì che questa storia, a livello nazionale, tiri meno di una baruffa chiozzotta della Santanché o di un’impuntatura di Fassina. È un bel guaio la mutazione d’immagine di Vincenzo De Luca, perché sull’immagine – da abile tribuno post-moderno – egli aveva costruito la sua presenza salernitana, tentando poi di esportare il cliché del sensazionalismo efficientista in tutt’Italia. In parte c’è riuscito, ma le costruzioni mediatiche durano lo spazio, anche lungo, di uno spot e non lasciano tracce. Solo amarezze e disillusioni. Ora i mass media stanno denudando il re. Tutto scolora da qualche mese. Di lui si parla meno (o male). Le grandi conquiste che il domani porterà ai suoi cittadini sono diventate ormai ritualità, parole vuote e malate (chi non ricorda i programmi annunciati in presenza di uno sbigottito San Matteo?). È il mantra di un malinconico faraone che più scende verso il piano terra e più sogna la sua piramide del tempo d’oro, contrabbandandola per attuale dimora.

I miti di provincia sono così, vivono e resistono in perimetri angusti. In provincia si proclamano imperi virtuosi ma si armano clientes, vassalli, comunicatori tribali e disciplinati cortigiani recitano piccole storie di pessimo gusto.

Salerno città europea era ed è un miraggio, abilmente contrabbandato per realtà.

Il gioco è però scoperto, l’ammaliatore snidato. Per questo, De Luca a Napoli non è entrato e non entra, altro che progetto-Regione (come poteva, d’altra parte, conquistare una grande metropoli, dopo averla dileggiata sistematicamente). Per la detronizzazione d’immagine in atto, a Roma gli è andata ancora peggio: è un malinconico signore, il “ministro-non ministro”, in cerca di blindare una poltrona che non ha e vorrebbe avere, fingendo di non volerla ma sapendo di non poterla ottenere. Il gioco delle tre carte. Ma i tempi incalzano e tra qualche giorno il caso sarà mestamente chiuso.

Per fortuna quando i personaggi sopra le righe esauriscono la loro vitalità, i mass media li ignorano senza infierire. Il contrario sarebbe insopportabile, crudele. È la legge della società dello spettacolo che preserva le vittime. Si trascurano, infatti, i personaggi dimezzati perché diventano non-storie. È la verità di Guy Dèbord. Si aprono così le strade della malinconia, i tramonti rossi e le notti incombenti che spaventano questi profeti disarmati dall’usura del tempo e del potere. Ironia della sorte, su quel viale ingiallito sono idealmente incamminati De Luca e il Cavaliere, due simboli coevi, politicamente antagonisti e nevroticamente omogenei, due arcaismi, due storie maturate sull’orlo di una presunta onnipotenza. Sono ancora contemporanei, ma in quest’era globale appaiono quasi due fossili.

(da Le Cronache del Salernitano)

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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