Caso Scognamiglio, l’utilizzatore finale poteva non sapere

Caso Scognamiglio, l’utilizzatore finale poteva non sapere
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

Caro direttore,
come certamente saprai, l’inchiesta della Procura di Roma sulla giudice Scognamiglio, accusata di aver disapplicato la legge Severino in Campania  (con sentenza pronunciata “in nome del popolo italiano”) per favorire chi avrebbe potuto aiutare il marito, aspirante a un ruolo dirigenziale nella Sanità regionale, si avvia a definizione con sei avvisi di conclusione indagini, prodromici di altrettante richieste di rinvio a giudizio, e con una richiesta di archiviazione.

Tre riflessioni.

1)       Un simile esito è una dimostrazione lampante che non ci fu, da parte dei magistrati capitolini, alcuna “aggressione giudiziaria” ai danni del prosciogliendo, come lo stesso prosciogliendo si affrettò, con il consueto linguaggio colorito buono sia per minacciare nemici e avversari che per fare la parte della vittima, a denunciare urbi et orbi. Con l’abituale complicità, si capisce, delle centinaia di reggitori di microfoni a cui è negato, come sai, il diritto di fare domande. Niente agguati, né persecuzioni, quindi, ma applicazione piena del 112 della Costituzione: l’articolo che impone ai rappresentanti dell’ufficio del pubblico ministero l’obbligo di esercitare l’azione penale. Il più ignorato a Salerno. Ma forse questo è un altro discorso. O è lo stesso? Boh. In ogni caso, da garantisti legalitari quali io e te ci sforziamo di essere sempre e non secondo le convenienze politiche, possiamo tirare un bel sospiro di sollievo: non è stato tentato alcun golpe giudiziario contro le istituzioni democratiche della Campania.

2)      Chiedendo il processo per chi è sospettato di aver “combinato” l’affare (un incarico al marito della giudice, in cambio di un verdetto che sancisse l’inapplicabilità della legge Severino), e l’archiviazione per il beneficiario del “patto”, la Procura di Roma finalmente non più “porto delle nebbie” ma faro universale di civiltà giuridica, capovolge completamente uno dei fondamenti del cosiddetto “rito ambrosiano”. La teoria del “non poteva non sapere” che, come certo ricorderai, fu formulata e applicata scientificamente dal pool milanese durante la stagione di “Mani pulite”. Ora l’ufficio inquirente della Capitale rimette, come dicono i francesi, la chiesa al centro del villaggio, e la ricerca della prova al centro del processo. I nostri cuori garantisti e legalitari, sanguinanti per i troppi teoremi impunemente affermatisi negli ultimi venticinque anni, esultano.

Il governatore De Luca e il suo ex collaboratore Nello Mastursi
Il governatore De Luca e il suo ex collaboratore Nello Mastursi

3)      Smontando la teoria del “non poteva non sapere”, i pubblici ministeri di Piazzale Clodio ne riabilitano un’altra. Quella formulata dall’avvocato-onorevole Niccolò Ghedini nel processo sulle cosiddette “cene eleganti” di Arcore e Palazzo Grazioli. Te la ricordi? Ruotava intorno alla pretesa di non punibilità per il cosiddetto “utilizzatore finale” di condotte criminali poste in essere da altri.

E’ una rivoluzione, caro direttore. E, da inguaribili garantisti legalitari, non possiamo non salutare con soddisfazione questa nuova alba repubblicana, che scaccia finalmente le tenebre del giustizialismo forcaiolo e giacobino in cui abbiamo brancolato per quasi trent’anni.

E’ con questo messaggio di speranza che ti saluto, certo che come me saprai apprezzare il notevole contributo fornito dalla Procura di Roma alla costruzione di un nuovo orizzonte di civiltà, giuridica e no.

Credimi tuo,

M. A.

—–

Senza nulla togliere alla tua ipotesi di un ritrovato garantismo che rischiara antiche nebbie e cancella odiosi “riti”, mi viene in mente, caro Massimiliano, a commento della tua lucida e provocatoria analisi, un aforisma del grande proceduralista e politico liberale Francesco Carrara. Nel suo “Programma del corso di diritto criminale” (1898) scrisse: “Quando la politica entra dalla porta del tempio, la giustizia fugge impaurita per tornarsene al cielo”. È solo un’ipotesi, questa, formulata però dal più grande ordinatore (e continuatore) della scuola classica di diritto penale.

In copertina, il giudice Anna Scognamiglio che, secondo l’accusa, avrebbe favorito il governatore

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *