Caso Tortora / Marmo, Di Persia e il (pre)giudizio

Caso Tortora / Marmo, Di Persia e il (pre)giudizio
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Tra l’auto-condanna e l’auto-assoluzione intercorre lo spazio del giudizio, che muta da individuo a individuo. Talvolta muta al punto da cogliere, nello stesso fatto, verità opposte. La verità, però, è una e indivisibile. Pertanto, se su un episodio controverso, si scontrano due tesi convincenti non siamo nell’area della verità e del giudizio, bensì in quella delle tesi e del pre-giudizio, dell’opinione concepita su convinzioni personali che prescindono dalla conoscenza dei fatti. Il discorso potrebbe valere per tutti, tranne che per due pm di uno stesso processo che una conoscenza diretta dei fatti si presume debbano avere. Non è pertanto facilmente spiegabile il distinguo che divide Diego Marmo, pm di udienza del processo Tortora, colui che chiese la condanna del popolare imputato, da Felice Di Persia, uno dei due pm che raccolse le prove contro il presentatore, si convinse della loro gravità e costruì uno dei processi più controversi del secolo scorso, chiuso da un’assoluzione che genera continue ombre su quell’impianto accusatorio e, quindi, anche sul suo operato.
Marmo ha chiesto scusa per l’errore commesso tanti anni fa e il suo gesto è stato respinto al mittente dai familiari di Tortora perché “tardivo”. Di Persia, invece, non si è scusato, anzi si è irritato per l’iniziativa del collega.
Su quali lunghezze d’onda i due magistrati hanno disteso il proprio pensiero?
L’ipotesi è che Diego Marmo, pur consapevole della distinzione tra processo giurisdizionale e processo mediatico, abbia colto il riverbero dell’opinione pubblica sulla vicenda, vedendo davanti a sé una minacciosa aula mediatica divenuta foro alternativo. I processi reali hanno un luogo fisico di svolgimento e un tempo di celebrazione. Quelli mediatici non hanno dimora né durata e propongono la rilettura continua di fatti nell’area delle rappresentazioni che lasciano, a ogni stormir di fronda, semi e veleni che la storia elabora e riattiva. L’opinione pubblica non pronuncia sentenze motivate, ma condanne (o anche assoluzioni) emotive. Per questi processi la folla giudicante non ha oneri istruttori, semplicemente sente, sa e “crea” la decisione. Essa è onnipotente per vocazione, la giustizia invece è potente per propensione, ma tentenna e brancola nel buio, a causa di una strutturale fragilità. Marmo avrà compreso, da addetto ai lavori, che davanti al giudice non si scherza mai, specie se è un integralista, come nel caso dell’opinione pubblica. Ed avrà anche capito che, senza pentirsi, non sarà riconosciuto ad alcun imputato, si trattasse anche di un magistrato, il favor rei. Di Persia, invece, ha preferito restare nel suo recinto protetto, “dentro” un processo di trent’anni fa che non esiste più. Rifugiarsi in un edificio vuoto è triste, ma quel recinto protettivo sarà stato scelto per necessità “difensiva”, non essendo riuscito il dottor Di Persia a rappresentarsi il processo storico contro di lui e Marmo, nel quale a giudicare è la tormentosa opinione pubblica, che condanna e proscrive fuori da ogni forma codificata. Per lui, un’occasione mancata.

redazioneIconfronti

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