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Castel Volturno-Miriam Makeba, un rapporto sempre vivo

Castel Volturno-Miriam Makeba, un rapporto sempre vivo

Miriam Makeba, più nota come Mama Africa (Johannesburger, 4 marzo 1932 – Castel Volturno, 9 novembre 2008) è stata una cantante del Sud Africa molto amata per il suo repertorio jazz e di world music. Ha lottato per decenni contro l’apartheid, è stata delegato delle Nazioni Unite. È morta a Castel Volturno, un mese e mezzo dopo la strage di San Gennaro causata da un gruppo scissionista del clan dei Casalesi, facente riferimento a Giuseppe Setola, avvenuta la sera di giovedì 18 settembre 2008, che portò alla morte di Antonio Celiento (gestore di una sala giochi, sospettato di essere un informatore delle forze dell’ordine) e di sei immigrati africani, vittime innocenti della strage: Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwako del Togo; Jeemes Alex della Liberia; che si trovavano presso la sartoria “Ob Ob exotic fashions” a Varcaturo, in due operazioni distinte da parte dello stesso gruppo di fuoco.
La Makeba era lì, a Castel Volturno, per solidarizzare con le comunità locali, soprattutto quelle degli immigrarti, vittime di una ferocia e di una sottocultura tribali. Ma alle fine del memorabile spettacolo, arrivò per lei la morte e la strappò ai suoi impegni, alla sua trincea.
I Confronti, vicini alla vita delle comunità meno protette, intendono schierare il proprio impegno in difesa di quanti hanno bisogno di voce e di aiuto e rendono omaggio a Miriam Makeba che è tra i simboli più alti della cultura della solidarietà e dell’amore.
Pubblichiamo, quindi, qui di seguito, il Canto per Castel Volturno scritto da Andrea Manzi (il ghetto negro di castel volturno/otto quadri d’inferno), che fu rappresentato al Teatro Verdi di Salerno (regia di Pasquale De Cristofaro), nel corso di una meravigliosa serata di solidarietà nel marzo 2010 con Peppe Lanzetta e Mariano Rigillo protagonisti e che sarà ripreso prossimamente, nel corso di un ciclo di manifestazioni campane in difesa delle minorità e contro le mafie anche politiche.
Seguono le note di regia, la documentazione fotografica della serata di due anni fa e, ovviamente, il testo del “Canto” di Andrea Manzi (pubblicato nel libro Morire in gola, Manni, Lecce, 2009).

Blackout/Canto per Castel Volturno
di Andrea Manzi e Peppe Lanzetta
con Mariano Ririllo e Peppe Lanzetta
musiche percussioni a cura di Paolo Cimmino – Orchestra Università di Salerno
immagini video Michele Schivino
coreografie gruppo di danzatori della comunità dei senegalesi di Salerno
regia Pasquale De Cristofaro
organizzazione Carmine Giannella
produzione Teatro Studio Salerno.

di Pasquale De Cristofaro

Il drammatico ghetto negro di Castel Volturno è reso magistralmente vivo dal canto poetico di Andrea Manzi che, in queste quattordici stazioni di una dolorosissima via crucis, riesce a farci percepire in tutta la sua tragicità la penosa condizione degli immigrati stretti tra una reale difficoltà d’accoglienza e una mai sopita mixfobia che caratterizza da tempo le nostre comunità. Questa voce s’accompagna all’urlo che da sempre motiva e alimenta la poetica di Peppe Lanzetta. Temi scottanti, violenti, ruvidi quanto basta per dare il via ai due poeti di interrogarsi e interrogarci su una piaga che sembra non trovare alcun medicamento efficace. Tale contesto tragico, è trattato con una grande partecipazione emotiva. La scena/schermo, argina queste onde emotive, con la forza della ragionevolezza e il pacato respiro di una religiosità inquieta che sorregge la scrittura d’entrambi anche nei momenti più angosciosi. Questa ballata tragica è dedicata alla grande Miriam Makeba, che ha pagato di persona lasciando la sua vita in una commossa e troppo partecipata manifestazione in ricordo delle povere vittime negre di Castel Volturno per mano della camorra. Abbiamo costruito questo oratorio civile avvicinandoci con grande pudore al dolore grande di questi nostri fratelli privi d’ogni diritto e di alcuna considerazione. Sulla scena le immagini dei tanti ghetti italiani, la musica, la danza e due attori diversissimi tra loro ma capaci di rappresentare al meglio il valore di questa tragedia. Rigillo, con il suo distacco epico tenuto insieme al virtuosismo della tradizione grand’attorica italiana e Lanzetta, con la sua visceralità tormentata, sono gli attori che daranno un autentico respiro al dolore di questi nostri più sfortunati fratelli.

I

(il ghetto negro di castel volturno/otto quadri d’inferno)

 

a miriam makeba

a)

andare venire tornare – due pullman al bivio fermi spenti vuoti
ingoiano gente e s’abbuffano a sbafo carne e carne
nel corpo chiuso due fori di bocca – e si sale e si scende
li lascio andare venire tornare
io non entro nella pancia ferrosa dei pullman
brontolano e gemono di tipi dannati
che soffocano nel deserto di abbracci assoluti e galleggiano
nel tanfo greve – quotidiana solfatara amulante
s’allenta smorta la morsa alle fermate – sono stazioni di sudate
vie crucis deportano i corpi alla dimora
è un quotidiano morire quest’uggia inscatolata dentro bare su gomma
si stipa la gente e nell’ansia anticipa l’andare venire tornare per poi
riandare rivenire ritornare e rifarlo all’indomani se ciascuno si sveglierà
per andare venire tornare
e morirvi dentro come il salice nella secca

b)

andare venire tornare per nulla – io resto e scorre
la teoria di un moto e ogni atto sterilizza codici
atti dovuti [lo credono] e si va si viene si torna su corsie
blindate [la logica non deraglia – solo andare venire tornare è scritto
sulla tavola di questa legge orale che vieta di fermarsi
scendere o sottrarsi – vieta – e non voleremo moriremo creperemo scoperemo godendo nelle tane del sesso – possiamo soltanto andare venire
e tornare per essere comunque vivi in quest’aria
che va viene e torna in gola e ti soffoca – è la logica
della legge dei poveracci] e –
si va viene e torna su binari blindati dentro il neon e/o incollati al buio
nel clamore e nel vuoto dentro il quale non rimbomba l’eco
non esplode voce d’atteso attizzato fuoco in cielo nero – e sfiata per sempre
il fiato rotto appeso al corrimano unto

c)

per questo morire in gola che temo non vado – vedo però andare
venire tornare per nulla –
circolare necessità avvitata su ritmi collaudati di clownesca
burocrazia post-moderna
spettatore di necessità sono – andare venire tornare illogico
valzer di lacrime gangli di urgenze
emerge dal sotterraneo questo macabro bisogno
di andare venire tornare – dentro gli occhi appare immenso il sogno
di libertà che nasce nel fango e spera
il cielo promesso sfiora le teste
con aereo pudore – non le tocca le sfiora
è una ventata matrigna che si cala e si innalza
cielo a fisarmonica e desideri sfiatano
è il sogno clandestino che trema nell’aria e s’appende
andare venire e tornare senza muoversi dalla noia e con i piedi
inchiodati alla terra –
è uno spettacolo
è lo show della vita nera – dev’essere così
la storia scrive a graffi e catene le storie a villa literno
e rompe i silenzi questa vita che sale
come da una cineteca – sale e rompe silenzi
sferraglia catena di gangli
l’ingranaggio di ferro s’incurva e –
la volontà s’arcua come il metallo e contorta opprime
tutto accade in questi pullman perché deve accadere
e ogni atto vive sensi nascosti – e tonfa in questa stazione
sudata e misteriosa come scatola scura che rinchiude misteri
andare venire tornare tre atti fuori della portata del senso
un invisibile ras avrà dato il comando e i tre percorsi esistono d’incanto
e minaccia la caienna il despota burattinaio in arcipelaghi
vuoti d’aria per rei bianchi come gigli

d)

vanno vengono e tornano e nel moto sfibrano luce e alba
e la sera si dimena nel buio e s’accoppa –
intorpidita tenebra incipiente
sono tradotte barbare i pullman del/dal ghetto negro
e la vita s’inscatola nella latta mobile con la promessa che –
il divenire sarà invisibile eppur sarà
ciclico di sofferto spirito e catartico

e)

viene l’alba se il pullman parte
è sera se torna ed già tardi [troppo tardi] se scoppia d’affanno al capolinea
troppo tardi vuol dire che è andato e tornato – è morto è rinato
lungo la linea della traccia
ha fatto e rifatto la strada con uomini inserrati verso il destino
sulla catena dei rumori futuristi
gente succhiata ed espulsa alle fermate nel flusso arrischiato e sul nulla
– culi per bandiere e sputi per inni
fuori dell’invenzione di questo gioco spudorato per i neri immigrati
non esiste nulla
catene e carne da macello – sono gli schiavi di partenope
dinanzi ai loro occhi sfavilla e trema mergellina

f)

se possono corrono i pullman o si rintanano al rosso
dei semafori nello stanco serpente che delira – ammainano a tarda
ora numeri e destinazioni
dalle belle bandiere del quadrante –
in quell’occhio che civetta di cifre e parole secche muore il segno identitario
c’era scritto CIRCOLARE su questo ferro pellegrino
– ora compare DEPOSITO la vulgata annuncia l’ultimo viaggio
– il mezzo dissanguato punta all’hangar e lì riposerà
corpo vuoto d’un giorno andato
è un metallico feretro notturno – gente anonima è andata venuta
tornata dentro la sua prigione afosa
andava per destinazioni scure come la pelle secca dentro scene mute
– tunnel e antri di doleance [aree chiuse case appese luci accese
nell’ossessione dello scatolame urbano che è terra ostile
spento il sole dal fumo
– il mare cacciato via come un barbone e l’aria ringhia appesa ai chiodi
anime perse e sogni rugosi d’inferni]
la vita va viene e torna – è vita di latta su gomma
e sferraglia dentro interiora di rioni sudaticci scottati
vita automatica come lucchetto a tempo
scatta con la combinazione e chiude
i paradisi crepati in minacciosi cieli domestici

z)
il pullman va viene e torna dentro la libertà spenta
brulicano ectoplasmi nelle tradotte
sono piene d’aria [e non c’è un medium] d’aria respirata
girata al vicino come spinello sputacchiato e a gratis
pegno di dolore e baratto d’aria legano
e sale la febbre d’angoscia sintomo di dispotismi arcaici
febbrile dominio e orrori
canta il gallo e squilla giornalmente l’era del capitale
i servi della nuova gleba odono fiato di tromba
ogni giorno

h)

mancano i forni ai deportati di stenti e d’aria
l’era novella prometteva morte – ed è questa
assicura tacendo e la verità indicibile macera in silenzi sepolti
dal clamore
i forni fumano invisibili – li nasconde la vetrina global
vanno vengono e tornano i pullman e lì dentro scaricano
desideri oltre il filo spinato delle collere negre e fuoriescono
con cenere stoccata
cenere nera
cenere lieve
polvere nera e sfarinata alle catene
il vento la disperde nell’ora del gas che strizza l’aria
la giornata ride nei falò e annuvola
non si sale più – la vita è assente
solo orme d’ombre deportate –
non vado non vengo non torno
se qualcuno negherà tutto questo s’armeranno
mani assassine dentro la merdiana banlieu
la storia negra si chiami storia anche domani – qui
auschwitz c’è – s’inscena all’alba e torna nelle tradotte
e nei solchi del caporale
è la scienza nuova – è il ricorso che sotterra e stride
– alla stazione dei pullman da/per Scampia e Castelvolturno
sognano un dio che lanci bombe da stampare fragorose
sui palazzi abietti –
[l’ombra di pierpaolo s’aggira con la faccia di dio – l’ultimo profeta
all’alba dell’era di plastica aveva previsto il mondo nel dirupo
e sul palo d’una croce chiese credito
– all’idroscalo c’è per lui l’altare dei pupi
sulla croce una penna traversa
e tace la profezia
il sangue inventò la redenzione civile
la penna nel pantano non risorse il terzo giorno
è lì profuma di melma e di vita ancora scrive]

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Commenti (1)

  • giulia scarpa

    Ricordo ancora l’emozione di quella sera di circa due anni fa, la profondità del verso di Andrea Manzi, la bravura di Peppe Lanzetta e Mariano Rigillo, la grande efficacia della regia e delle musiche e, soprattutto, il Verdi stracolmo di spettatori entusiasti. Una serata nel corso della quale la città di Salerno si ritrovò proiettata in una dimensione davvero diversa: fu presente la stampa quotidiana non soltanto campana, i più importanti docenti delle università della regione, decine di parlamentari nazionali (anche i due di colore). Purtroppo, a quei momenti che lasciano ben sperare segue sempre il vuoto e siamo condannati così ad assistere alle proposte di cartelloni commerciali che veicolano l’ovvio e il vecchio. Speriamo che il ritorno di quello spettacolo possa segnare un nuovo e più duraturo momento di aggregazione della gente perbene e colta, intorno a valori che dovrebbero finalmente cominciare ad essere condivisi. Ma si può sapere dove e quando è previsto il nuovo debutto? Grazie.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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