Castri, la lezione teatrale di un pedagogo e formatore

di Pasquale De Cristofaro

massimo.castriDa poco è venuto a mancare Massimo Castri lasciando un vuoto grande nel teatro italiano. Attore e regista tra i maggiori, Castri, nel bene come nel male, ha rappresentato come meglio non si potrebbe la tanto discussa “regia critica”. Avrebbe benissimo potuto fare la carriera universitaria ma scelse di restare e lavorare sulle tavole della scena. Lì, con intelligenza e passione, ha svolto un ruolo da maestro nello scavo e nell’ermeneutica testuale con risultati di rara efficacia. L’ho conosciuto personalmente nel 2004 a Venezia. Era, allora, direttore artistico della Biennale Teatro e io, scritturato dal Teatro Stabile di Brescia, ero collaboratore nella regia, ideatore della scena e dei costumi delle “Eumenidi”, terza parte dell’Orestea di Eschilo, affidata con grande coraggio a Vincenzo Pirrotta per una libera traduzione in siciliano. Scommessa vinta ampiamente perché lo spettacolo, coprodotto anche da Gibellina Teatro fu un grande successo di pubblico e critica e lanciò definitivamente Pirrotta nella cerchia più rappresentativa del nuovo teatro italiano. L’umana simpatia che ci coinvolse in quel fugace incontro fu, ne sono sicuro, dovuta al nostro comune amore ed interesse per Luigi Pirandello. Infatti, prima di avere il piacere di conoscerlo personalmente, lo conoscevo, oltre che per i suoi spettacoli, perché avevo lungamente letto e studiato i suoi quaderni di regia appunto su Pirandello ed Ibsen. La conoscenza di Castri, analista raffinatissimo, fu dovuta al mio amico e maestro Paolo Puppa, storico del teatro tra i maggiori in Italia. Entrambi, uno sulla carta e l’altro sulla scena, proprio in quegli anni, avanzavano le ipotesi interpretative più forti ed originali intorno ai due autori su citati. Un bel gruppo di famiglia completato dall’acutissimo Alonge e Tessari. Bei tempi. In più, ho successivamente lavorato sia con Francesca Benedetti che con Virginio Gazzolo; entrambi questi attori avevano recitato per e con Castri negli anni forti della contestazione 1968-70. Al periodo iconoclasta, Castri fece seguire un periodo in cui la de-costruzione lasciava lo spazio allo studio e all’approfondimento dei testi per recuperare una qualche ragione e senso del “fare teatro”. Fu, quindi, un pedagogo e formatore; fu, anche, un uomo delle istituzioni seppure sempre scomodo. Con lui cala il sipario forse definitivamente su un modo di intendere la regia oggi in Italia.

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