Cattiva maestra televisione con il reality del dolore

Cattiva maestra televisione con il reality del dolore
di Andrea Manzi

libroSe tornasse in vita, Marshall McLuhan direbbe ancora che la tv è sensuale come le calze a rete? Il sociologo canadese lo afferma nel suo celebre saggio “Gli strumenti del comunicare”. È il 1964, Sergio Leone gira “Per un pugno di dollari” e dagli stabilimenti di Alba, in Piemonte, esce il primo vasetto della Nutella. Il piccolo schermo è nelle case degli italiani da dieci anni, confinato in una stanzetta come un soprammobile prezioso. Seguono gli anni del “primato dell’immagine”, nei quali Giovanni Sartori colloca l’era dell’homo videns, del tele-vedente. E arriva il 13 giugno del 1981 con la morte in diretta tv, alla periferia di Roma, del piccolo Afredino Rampi, precipitato due giorni prima in un pozzo artesiano profondo trenta metri. La Rai trasmette a reti unificate l’agonia del bambino, per diciotto ore di fila. Nasce quel giorno la tv del dolore. McLuhan è scomparso da sei mesi e non conoscerà mai l’inattesa, indiscreta attività del piccolo schermo, che Anna Bisogno, studiosa e docente di linguaggi radiotelevisivi dell’Università Roma Tre, analizza nel saggio “La tv invadente-Il reality del dolore da Vermicino ad Avetrana” (Carocci, pp. 111, euro 13). Sfuggirà al teorico del villaggio globale la deriva del giornalismo che tracima nello spettacolo, snaturandosi in una zona grigia che dilata passioni ed emozioni, riducendo la voglia di scoprire e conoscere. Non studierà, McLuhan, la ibridazione di generi che determina scompensi cognitivi per le pieghe mediatiche imposte al dolore che, nella finzione, non resiste alla tentazione di ripetersi e diventa seriale, trasformando la sofferenza in un pervadente piacere. Il saggio di Anna Bisogno esamina il rapporto drammatico tra la notizia dolorosa e la sua rappresentazione, mix che altera le topiche della sofferenza, del sentimento e dell’estetica, sull’onda di una deriva nazional-popolare che valica ormai anche la geografia dell’orrore, in uno show quotidiano che tritura e mediatizza funerali, crimini e tormenti.

L'autrice, Anna Bisogno
L’autrice, Anna Bisogno

È un dolore televisivo, questo del post-Vermicino, che non ci insegna a soffrire, ma insolitamente ci attrae; un dolore comodo da vivere in pantofole e sul divano, come proposta cult della creatività visionaria di una televisione generalista, intrisa dei toni del melodramma italiano. La tv si radica così come luogo di socializzazione, nel quale l’umanità entra da spettatrice di sé provando a vivere in una sorta di trance, proiettata sul set di un “Truman Show” all’italiana, che fagocita in un tritatutto di vacuità nichilistica e voyeuristica sentimenti e pensieri. E sfilano in essa tipi psicologici piegati dal dolore e dalla legge dell’eterno ritorno del flusso televisivo. La madre di Sarah Scazzi apprenderà “naturalmente” da Federica Sciarelli, in diretta a “Chi l’ha visto?”, che non avrebbe mai più potuto abbracciare sua figlia. Bruno Vespa allestirà continui processi, forte di una giurisdizione mediatica autoriferita e vanitosa, con manichini che si muovono in una piazza arbitraria, dove è perennemente allestito un foro bulimico e morboso, lontano dal processo giurisdizionale e dai percorsi codificati della verità.

Un saggio articolato, questo di Anna Bisogno, che pone il problema della tv del dolore come dato linguistico e non moralistico e denuncia gli esiti della serializzazione, che stacca tragedie e delitti dalla scena naturale o giudiziaria, incanalandoli in un universo narrativo nel quale l’informazione diventa labile e il dolore scolora in un astratto dolorismo. Esperienza, questa, “che non possiede più la disperazione, l’altezza del tono, la nobiltà del gesto”. E McLuhan, a questo punto, avrebbe preferito la tv delle calze a rete.

(da Il Mattino-Cultura del I febbraio 2016)

In copertina, la tragedia di Vermicino

Andrea Manzi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *