C’è un’altra Salerno che pensa e fa cultura

C’è un’altra Salerno che pensa e fa cultura
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

Questi primi giorni di dicembre, in attesa dell’inaugurazione del grande albero di piazza Portanova, sono stati molto particolari per capire meglio la nostra città. Da una parte, sempre più, si impone una Salerno che ha consumato e continua a farlo, la sua affollatissima effervescenza tra i “luccichii delle luci d’artista”, le repliche glamour della “Vedova allegra” firmata da Vittorio Sgarbi, la selezione di comparse per il nuovo film di Maurizio Casagrande che si girerà proprio nelle sue strade a partire dalle prossime settimane. Dall’altra, una città che, lontana dalle folle oceaniche, si ritrova per qualche giorno, grazie alla generosità di un giovane teatrante, Vincenzo Albano, intorno alla drammaturgia di Scimone e Sframeli, due autori-attori, messinesi che hanno prodotto cose importanti per la scena italiana degli ultimi anni; e ancora, la preparazione di una mostra antologica su Ugo Marano curata scientificamente da Massimo Bignardi che, seppure si terrà nella vicinissima Baronissi, rappresenterà sicuramente anche per Salerno un’occasione imperdibile per capire meglio un artista che tanto bene ha operato anche qui; per concludere questo breve ma parziale giro tra le cose che hanno un senso più forte dell’effimero, l’anteprima di uno spettacolo di teatro e danza, Mediterraneo, che mette in primo piano il dolore e le sofferenze dei migranti partiti dalle coste africane per porre fine  alle loro miserie e che, spesso, invece della terra promessa  hanno trovato una tragica morte in mare, trasformando il Mediterraneo, appunto, in un enorme cimitero, prodotto da Campania Danza di Antonella Iannone, con testi di Andrea Manzi, le coreografie di Anna Rita Pasculli, la musica di Paolo Cimmino e con un film d’animazione molto poetico, creato da Enzo Lauria e Antonio Scarpetta. Queste due città, così lontane tra loro, sono il segno dei tempi e, certamente, una contraddizione. Non voglio sembrare uno snob e non mi va di giudicare. Affermo, però, senza se e senza ma, che preferisco stare dalla parte della seconda. Quella, cioè, che non privilegia la folla, la “leggerezza dell’essere”, ma  che ricomincia dai piccoli numeri e che non ha paura di riscoprire il senso di una comunità curiosa e attenta al mondo della cultura e dell’arte, più in generale. Una città colta, civile, democratica e non populista. Una vera città d’arte dove le espressioni migliori del nostro territorio possano trovare finalmente spazio e non essere travolte dall’onda lunga di uno sterile e cinico conformismo mediatico che non aggiunge nulla alla nobile tradizione della nostra città e dei suoi abitanti.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *