Cerco un patto di stabilità permanente…

Cerco un patto di stabilità permanente…
di Enzo Carrella

Legge-di-Stabilità-2012-2014Non sempre è facile capire cos’è il Patto di Stabilità, a cosa serve, quali sono gli obiettivi e quali gli effetti concreti che produce sugli enti locali. Il tema è sicuramente molto tecnico: in questo intervento cercheremo però di spiegare tutto ciò nel dettaglio sperando di risultare il più chiari possibile, vista la complessità dell’argomento.
In premessa è opportuno tracciare un po’ di storia: il Patto di Stabilità è stato pensato dall’Unione Europea per tenere sotto controllo i conti pubblici degli Stati appartenenti all’area Euro, con l’obiettivo di ridurre i deficit e i debiti accumulati negli anni e risanare così le finanze pubbliche. L’Europa – come sappiamo – all’alba dell’eurozona ha posto degli obiettivi; come raggiungerli è una scelta che compete ai singoli Stati.
Quando si parla di conti pubblici non ci si riferisce solo a quelli degli Stati centrali, ma sono compresi anche quelli degli enti territoriali (Regioni, Province, Comuni, ecc.). Per questo il Patto di Stabilità produce effetti anche per questi enti.
Originariamente – nel 1998 – il Patto era impostato sul concetto dei limiti di spesa: i comuni non potevano spendere più di un certo importo prefissato, al di là delle reali disponibilità, e ciò creava criticità e allarmi negli enti, soprattutto per le limitazioni forzose al concetto di autonomia finanziaria degli enti stessi. A distanza di anni (con l’ultimo Governo Prodi) è stato, invece, ribaltato il parametro di riferimento: dalla “spesa” si è passati al concetto di “bilancio puro”.
Il concetto alla base del fondamento del rispetto del Patto per i comuni era quello di non peggiorare il proprio saldo finanziario (semplificando: il rapporto entrate-uscite) di un determinato anno, rispetto alla media del triennio precedente. Una norma migliorativa, non c’è che dire rispetto a quella precedente soprattutto per la parte “corrente” del bilancio, perché garantiva maggiore libertà di impiegare, ogni anno, le proprie risorse.
Ma non tutte le “ciambelle” nascono col buco: il problema sulla parte del bilancio più rilevante restava quella degli investimenti, perché non sempre le opere pubbliche riescono ad essere completate lo stesso anno in cui vengono reperite le risorse, per cui in questi casi il saldo (rapporto entrate-uscite) non può che sballare. Per dirla in breve se un anno entrano le risorse, e l’anno dopo escono per realizzare un’opera, da un punto di vista pratico si agisce nella correttezza (perché vengono investite risorse accantonate e a disposizione), ma dal punto di vista contabile i saldi non tornano, perché il primo anno avrò più entrate che uscite (e quindi il comportamento, ai fini del Patto, sarà considerato positivo), mentre l’anno dopo avrò più uscite che entrate (e quindi il saldo finanziario sballerà, provocando il mancato rispetto del Patto).
In quest’ottica – e veniamo alle attuali criticità – la norma è di nuovo peggiorativa. Perché?
Può (e non è sola ipotesi di scuola ma effettivamente accaduto) capitare che in un triennio possono registrarsi picchi (positivi o negativi che siano) in alcuni degli anni che abbracciano il triennio con alterni risultati rendendo non lineare e costante la media e addirittura compromettendo il rispetto del Patto.
Un patto di stabilità quindi con lacci e laccetti avente quale unica finalità quella di compensare il deficit dello Stato centrale con i surplus imposti ai Comuni (che hanno i soldi, ma non possono spenderli creando avanzi … virtuali) così da rispettare il Patto. L’interrogativo però resta, o meglio, sono i conti a non tornare: perché lo stato è sempre in deficit se tutti i comuni (o quasi) restano nel perimetro del patto?
Forse la differenza è sulle modalità di applicazione dei principi contabili: lo Stato è blindato dietro agli aspetti puri della “competenza” (come le società) trascurando i movimenti effettivi di “incasso e pagamenti”, mentre gli enti territoriali pongono tali movimenti “finanziari” alla base della loro “quotidianità contabile”. C’è, intanto, in agguato un pericolo collettivo legata a una scadenza di fine mese: infatti entro il 31 marzo i comuni devono comunicare al MEF i dati a consuntivo della fotografia del rispetto del patto per il 2013.
Non ci sarà spazio a voli pindarici e/o a contabilità creativa. Anche il Comune di Salerno è allertato: infatti sono in tanti ad attendere il responso soprattutto a seguito di una proiezione già “disegnata” nel riequilibrio e assestamento (art 193 e 175 del tuel) approvato in consiglio lo scorso mese di dicembre. In tale circostanza erano già state inseriti tra gli investimenti una cifra “tonda” di 31 milioni di presumibili “incassi” e riferiti alla vendita della Centrale del Latte (non formalizzata) e qualche altro spicciolo (alienazione casa pia di riposo a salerno solidale, forse?) mentre nelle uscite il “trend tendenziale” riportava un saldo di 33 milioni tondi, quasi sicuramente spesi entro il 31.12.2013. Alla luce di ciò come sarà e cosa sarà detto e inserito nella certificazione di fine mese? E se ‘irrimedialmente’ si sforasse? A completamento del nostro percorso, chiariamo subito che le conseguenze di un eventuale sforamento del patto sono molto dure.
In primis, si aggiungeranno altri tagli ai miliardi di euro già previsti dalle diverse manovre finanziarie. Il Comune, infatti, che ha sforato il patto nell’anno successivo non può più fare indebitamenti (forse anche per questo Salerno sollecita un intervento UE), cioè non può più accendere il mutuo per gli investimenti che verrebbero quindi definitivamente bloccati. E ancora: non può essere più fatto un euro di spesa per assunzione di nuovo personale, si contrae la spesa mensile con una riduzione della possibilità di erogare servizi pubblici.
Previste anche responsabilità contabili per gli stessi amministratori e decurtazioni drastiche loro indennità. Insomma, sforare il patto significherebbe chiudere la città e isolarla finanziariamente dal resto del mondo…lasciandola affogare nelle sabbie mobili di una impietosa crisi finanziaria.

redazioneIconfronti

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