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Che ci fanno i giudici di Salerno al “Cittadella show”?

Che ci fanno i giudici di Salerno al “Cittadella show”?

Sarà inaugurata a Salerno, oggi 25 aprile, la stazione marittima progettata dall’architetta iraniana Zaha Haidid, recentemente scomparsa. Ieri pomeriggio, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha visitato privatamente la struttura, non potendo essere oggi presente per impegni internazionali. Nei giorni scorsi, terza inaugurazione di un nuovo step di lavori della Cittadella giudiziaria, opera che avrebbe dovuto essere completata molti anni fa. Sulla teoria di inaugurazioni (alcune replicate, per fini elettorali, a distanza di anni) pubblichiamo questa riflessione di Andrea Manzi.

di Andrea Manzi
Andrea Manzi

Andrea Manzi

Il sistema di potere di Vincenzo De Luca fonda anche sulla sapiente comunicazione, che diventa talvolta efficace e sotterranea propaganda. Grazie a questo metodo, a Salerno Aristotele e il principio di contraddizione sono superati da una logica funambolesca. Qualche esempio? Si dileggia il Pd se appare ostile, lo si adula se garantisce spazi o provvidenziali candidature al Parlamento (per il capo & i suoi cari) o se si piega docilmente alla volontà di espansione territoriale; si dà addosso, con ostentato empito garantista, alla magistratura, se osa indagare tra le spire del Sistema, la si esalta se assolve (o se, preferibilmente, tace), indulgendo al laisser faire preferito da tutti i regimi; si plaude alla omogeneità sistemica della Campania, ma si lavora di piccone da un ventennio per dividerla e scinderla secondo logiche di appartenenza e di febbrili e rozzi antagonismi (anticipatrici del più ruvido separatismo leghista).

In questo clima manifestamente “spettacolare”, nel quale si vive di rappresentazione più che di realtà, il razzismo mediatico è di casa per intercettare i brontolii della pancia cittadina incolta e predicare l’accoglienza agli occhi dell’inclita platea campana, fustigando e rabbonendo (a seconda del caso o della convenienza), rifondando un’inedita versione di eticismo post-modernista (dopo aver incitato ad arricchimenti cementificati dall’interesse lobbistico); in questa logica non meraviglia che ci si abbandoni a una rappresentazione spiccia degli interessi elettorali, servendosi della credulità degli uomini e fingendo di servirli. La politica è politica e utilizza ciò che ha. E la spettacolarizzazione è una manifestazione, forse estrema, del sistema capitalistico più reazionario.

Per decenni si è accusata la Democrazia Cristiana di aver agito sulle suggestioni individuali, alterando, di fatto per propria utilità, la libertà del consenso. C’era chi poteva e c’era chi soffriva, in quegli anni. Le campagne elettorali si vincevano nel primo caso, si perdevano nel secondo. Qualche madonna veniva fatta piangere e molte luci spuntavano lungo tratturi impervi. L’asfalto copriva, come d’incanto, il terriccio delle strade cantoniere, fornendo la misura e la forza del potere. Si inaugurava tutto, anche i ruderi intonacati; si tagliavano nastri, guardando al futuro lungo le traiettorie di orizzonti personali che progredivano anche solo di pochi metri grazie all’illuminazione, all’asfalto, alle fontane, ai tabernacoli, alle nuove campane squillanti delle chiese. Poi vennero le fogne e le condutture del gas: ci si rialzava dalle rovine della guerra: feste, madrine, soprattutto tanti padrini.

Anni lontani ma anche vicini. Gli oppositori di allora, diventati governanti di oggi, hanno rinnovato – in peggio – quei metodi. La poltiglia reazionaria del dopoguerra è diventata, infatti, la linfa di molta politica contemporanea: così è accaduto che lo spaesamento nell’era della globalizzazione è stato bilanciato dal “paesino” protettivo del particulare che è nel cuore di ciascuno di noi.

Vincenzo De Luca, che si è dimostrato essere un fine conoscitore dell’animo umano, ha elevato a sistema la cultura dell’apparire, del mostrare raccontando, accendendo riflettori sulle opere concluse e su quelle ferme, trasformando abilmente i ritardi in accidenti del destino e le poche consegne dei lavori in conquiste mirabolanti. Talvolta, però, sfiorando la comicità. Nemmeno nella Sicilia di Ciancimino si inauguravano le stesse opere più di una volta. Talché la cittadella giudiziaria salernitana, composta da molti corpi di fabbrica, ha già ottenuto tre inaugurazioni; ma altre ne verranno certamente, perché sarà necessario – stando alle assicurazioni dello stesso De Luca – che trascorrano, se tutto andrà bene, due anni ancora per potere concretamente aprire al pubblico la struttura.

In attesa delle prossime “celebrazioni tribunalizie”, candidate a entrare nel calendario ufficiale delle festività salernitane, mentre la politica riassume e metabolizza anche il senso del ridicolo, il danno incalcolabile si ottiene quando l’amplificazione retorica della politica strombazzante coinvolge anche poteri o organi dello stato che dovrebbero, invece, essere legati a un principio di realtà. Mi riferisco innanzitutto alla magistratura, presente alla inaugurazione con tutti i suoi vertici. Eppure non si trattava della posa della prima pietra né dell’ultimazione dei lavori, ma soltanto dell’ennesimo rituale mediatico per l’abituale show pre-elettorale di De Luca che, addirittura, ha ascritto a sé, con il solito intervento al sarcasmo effervescente, il merito del finanziamento per il nuovo appalto, schiodando l’opera dal ritardo nel quale è impigliata e resiste da moltissimi anni. Attività posta in essere, peraltro, nel controverso periodo di attività governativa “contra legem”, per la nota storia dell’incompatibilità tra il mandato di sindaco e la funzione di vice ministro nel governo Letta (i giudici, in proposito, avranno apprezzato la sicumera con cui De Luca si è auto-assolto dal censurato comportamento, in nome del risultato ottenuto?)

È stata, si dirà, l’apertura della prima campagna elettorale del dopo-De Luca con De Luca più in sella che mai. Una manifestazione spettacolare di ubiquità politico-istituzionale. E questa chiave di lettura spiega il senso di una simil-inuagurazione come quella dell’altro giorno. Ma per un evento così interno alla comunità politica di riferimento e appartenenza dell’ex sindaco mattatore – e, quindi, non alla città unitariamente intesa – che senso va attribuito alla presenza dei vertici della magistratura, che non possono condividere finalità di tipo espansivo e propagandistico di qualsiasi politica?

L’interrogativo diventa ancora più insistente e aperto in un clima come l’attuale che, a livello nazionale e locale, vede i due ambiti – quello politico e l’altro giurisdizionale – in cerca di un equilibrio (e, quindi, di una intima credibilità) che, al momento, non sempre appare evidente.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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