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Chi è mafioso e fa del male non è cristiano

di don Alfonso D’Alessio

Foto: lastampa.it

Chi per un volta guardando in tv o leggendo sui giornali di un arresto del noto camorrista, mafioso o malavitoso di turno, scovato in un rifugio a prova di bomba, non  si è chiesto perché a tenergli compagnia c’erano solo testi Sacri e simulacri della pietà popolare? Diciamo la verità, è un quesito che incuriosisce un po’ tutti. Certo la stonatura è evidente. Un assassino che si corica col Vangelo sul comodino, che si addormenta contemplando un quadro di San Pio, fa specie a molti e non è un’immagine che rientra nei canoni comuni. E allora perché? Certo la presunta fede di un boss, esplicata in siffatta maniera, resta presunta anche per lui quando invece dovesse desiderare di abbracciare quella vera. Come si potrebbe infatti conciliare l’uccidere, o ordinare di uccidere, con il comandamento dell’amore al prossimo così paradossale da giungere ad amare perfino il nemico, e avente come misura lo stesso amore che decliniamo per noi, e che Gesù ci ha lasciato come segno distintivo? Probabilmente i mafiosi si identificano in un altro tipo di fede. Prendono come esempio la chiesa istituzionale e le logiche di cui, però, riescono a coglierne solo l’aspetto esteriore essendo ignoranti e non interessati all’autentica prassi religiosa. Un esempio? Il mafioso pretende obbedienza assoluta. Bene, nella Chiesa c’è l’obbedienza del clero al vescovo e dei fedeli in genere al Magistero quale Tradizione nobile. Differenza abissale in quanto nella comunità ecclesiale l’obbedienza è dovuta da tutti al Signore, e l’esercizio dell’autorità altro non è che un servizio ai fedeli. Ma al delinquente questo aspetto non interessa. Si potrà dire che allora guardano a quegli esempi che non testimoniano nella giusta direzione. Ok, ma questo sarebbe già di per se espressione di mala fede e di conseguenza neanche da prendere in considerazione al fine di un’analisi corretta. Eppure è proprio da qui che le “malelingue” o le “male penne” prendono spunto per un’impietosa generalizzazione che porta ad accostare mafia e chiesa, diventando così testimonial di altissimo livello di ciò che dicono di voler combattere a mezzo dell’informazione. Ma il castello si infrange quando si è costretti a parlare di martiri quali Don Diana e Don Puglisi, ma anche di viventi come don Ciotti (foto) e la sua Libera e di tanti altri, ombra per i più, ma ben conosciuti dai mafiosi. In questa direzione va l’encomiabile presa di posizione del Vescovo di Agrigento Francesco Montenegro di non tenere i funerali ad un boss della mafia ma una semplice liturgia della Parola. Posizione che dice chiaramente che l’uomo non può sostituirsi o condizionare la misericordia di Dio che, a fronte di un pentimento vero e accompagnato da azioni chiare di conversione, attende tutti come un padre buono, ma allo stesso tempo rispecchia la responsabilità doverosa della chiesa di asserire che chi è mafioso e fa del male non è cristiano. “Se la mafia c’è è anche colpa nostra” ha affermato il presule, e questo non certamente perché esiste chi vuole scimmiottare la chiesa, ma perché non gli si è detto ancora abbastanza chiaramente che questo non serve a salvarsi.

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