Chiedano perdono i politici che hanno ridotto la democrazia in farsa

Chiedano perdono i politici che hanno ridotto la democrazia in farsa
di Luigi Rossi

Elezioni2013Larghe intese e i relativi effetti collaterali sono diventati una recita a soggetto che alimenta un persistente walzer dell’incoerenza. Ad esempio, nella Campania continuano la commedia degli equivoci e la tragedia degli orrori inscenate da clan e dinastie che hanno fatto della politica una professione, scelta ancora più perniciosa nel Mezzogiorno dove l’unico acceleratore nelle dinamiche socio-economiche rimane la spesa pubblica.

La relazione tra padrino e clienti è un meccanismo perverso che riduce la democrazia ad una vera farsa: se ne avvantaggia chi ha già la pancia piena e il cervello vuoto o egoisticamente concentrato solo sul proprio utile. Così può capitare che la promozione a primario di un ospedale è merito esclusivo del boss che impone alla commissione esaminatrice chi selezionare, la presidenza di enti con relativo pingue appannaggio viene riservata ai portaborse che lavorano per mantenere i consensi del capo, la nomina nel consiglio di amministrazione di una banca è prerogativa di chi assicura una funzionale distribuzione di oboli ai sodali del capo-bastone. La fantasia del politico di riferimento non ha limiti, sovente si trasforma in manna per lo studio professionale dell’amico, in vincente favore per un posto di ottavo livello, in risorsa per la promozione del figlio mediocre di un padre fedelissimo elettore, in occasione di gratificante titolo per chi vive solo di apparenze, in apprezzata concessione di pensione per chi non ha mai lavorato. Con l’avvallo dei più che, pronti a comprendere e giustificare, tacitano la propria coscienza dicendo: “… sì, è un voto di scambio, ma tutti tengono famiglia!”.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: perfino il terreno non rispettato produce veleno, mentre i valori della vita, ormai per nulla condivisi, precipitano nella nebbia del dubbio.

I responsabili di tanto sfascio possono considerarsi anche dei galantuomini, ma secondo il Vangelo sono degli ipocriti, che spogliano i poveri, le vedove, gli orfani. A coloro che hanno determinato una condizione di invivibilità nel quotidiano di una intera regione rimane ancora una possibilità per acquisire anche meriti civili: chiedere perdono, applicando una antica prassi, ormai del tutto in disuso. C’è da immaginarseli come penitenti in fondo alle nostre chiese con la candela accesa ad attendere la riammissione nella comunità, dopo aver sperimentato la redentrice misericordia del Signore!

Oltre alle loro coscienze, questo rito gioverebbe anche alla collettività: pentirsi veramente presuppone la riparazione, che, per chi ha abusato dei beni pubblici, significa restituzione. La riconsegna del gruzzolo potrebbe rendere più concreta la speranza di ripresa e più saldo il convincimento di una giustizia distributiva animata dal principio della sussidiarietà.

Gesù non ha promesso di risolvere miracolosamente tutti i problemi della storia, ma la possibilità di salvezza dell’uomo Egli l’ha racchiusa nel miracolo del seme che alla fine fiorisce per il continuo, anche se oscuro lavoro. La pratica delle opere di carità da Lui elencate non ha cambiato il mondo, così come un lebbroso da lui guarito non ha impedito che milioni di altri uomini si ammalassero e, certamente, nessun deserto si è coperto di gigli. Tuttavia non è da ritenere un’utopia agire come Dio, il quale opera per mezzo di quella goccia di Gesù che è in noi, perché è così che Egli intende cambiare il mondo. Infatti, come si legge nel n. 274 di Evangelii gaudium: aiutare una sola persona a vivere meglio giustifica il nostro essere al mondo superando gli steccati dell’egoismo. Allora si acquista la pienezza dell’amore e la nostra esperienza si riempie di volti e di nomi con i quali intessere il pellegrinaggio nel tempo che ci è dato.

È l’augurio per il nuovo anno di grazia che siamo chiamati a vivere: che il 2014 sia anche l’epifania del lato buono della nostra umanità.

redazioneIconfronti

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