Cibo per l’anima da Zia Addolorata, un’alchimia

Cibo per l’anima da Zia Addolorata, un’alchimia
di Pietro Ravallese
Pietro Ravallese
Pietro Ravallese

Quando arrivi a Torre Orsaia trovi un’edilizia che testimonia lo sforzo dei contadini di darsi un tetto ed una speranza. Poca architettura e poca armonia. Ci ritorno per andare a trovare Zia Addolorata. C’ero stato a mangiare 7 o 8 anni fa. Poi gli articoli, i giornalisti, le interviste. Desideravo ritornarci e far assaggiare anche ai miei quella atmosfera. Arriviamo poco prima delle 13. Lungo la strada che prima portava dalla Sicilia al Nord. Già all’epoca quella locanda era Luogo di sosta lungo il viaggio dì commercianti e di turisti. La licenza la comprarono per centomila lire i genitori di Zia Addolorata. Un investimento all’epoca non da poco ma la storia gli ha dato ragione. Mia moglie ed io ci chiediamo il perché, avvinti come sempre dall’animo delle persone. Una storia di successo quella di Addolorata. Sono venuti ad intervistarla anche dall’estero. Tanti articoli di giornale, ma lei sorridendo dice di averne perso qualcuno, ed aggiunge “non fa niente”. Un locale più che semplice, quasi kitsch. Se non sapessi che qui si sta bene gireresti subito i tacchi.
Ancora mentre assaggiamo il fresco vino della casa ci chiediamo perché si sta bene qua. Lungo le pareti non c’è una foto di personaggi più o meno famosi che trovi in altri ristoranti acclamati, non trovi un solo articolo di giornale che parli di questa osteria; ci sono solo decine e decine di foto che raccontano la storia della famiglia di Zia Addolorata. I nonni, i genitori, lei decima ed ultima figlia, che come si usava un tempo si sposò e restò in casa coi genitori, e poi le belle foto dei figli e dei nipoti. Si inizia a svelare l’alchimia di una donna che in realtà si sarebbe dovuta chiamare Gaia, Felicita, Gioconda, Serena e non Addolorata. Il successo non l’ha stravolta. Lei ha continuato per la sua strada, quella che le detta l’anima.
È venerdì niente carne ci dice. Va benissimo rispondiamo siamo vegetariani. Un altro elemento di quell’alchimia che ti attrae. Radicata a valori antichi, oramai che pure in quaresima ci si dimentica di digiunare. Ecco capisci che non sei dinanzi ad un guru della cucina ma ad un guru e basta che da poco ha superato i 70 anni e ti svela la sua vita. Capisci allora che è la sua vita che ti ammalia e poi la cucina, le lagane, le linguine al profumo del basilico e la verza coi fagioli. Una vita che viene da un lontano non tramontato. Sembra di vederli ancora là quei viandanti siciliani che si fermavano a mangiare nella locanda dei genitori. Sembra ascoltare quelli voci pure, semplici, curve dalla fatica, felici del poco. Una vita affabile, accogliente, dove la modernità, il nuovo riecheggia nelle professioni dei figli, nell’invio a studiare le lingue straniere, eppure capisci che il nuovo non ha mai soppiantato il vecchio, il moderno non ha sconfitto l’antico, il successo non ha emarginato la sobrietà e gli affari non hanno tolto il sonno a Zia Addolorata. Tanto che quando arrivammo la trovammo che schiacciava un pisolino nel retro della locanda.
Ecco di ciò che parla la tavola di Zia Addolorata di quell’autentica genuinità che solo ti può far felice. Questo il segreto dell’alchimia. Una genuinità che va oltre i cibi.

redazioneIconfronti

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