Cinque Stelle, quel motivetto che [non] ci piace tanto…

Cinque Stelle, quel motivetto che [non] ci piace tanto…
di Roberto Lombardi

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Ascoltare le dichiarazioni degli eletti del Movimento 5 Stelle (accipicchia, evitare di chiamarli “Grillini” è dura), lascia i più insoddisfatti e perplessi. Che strano. Da cittadini italiani siamo abituati da sempre a politici che parlano e svicolano alternando sillabe sibilline a frasi biforcute; politici che ci hanno riempito per lustri i padiglioni auricolari di politichese, un linguaggio che è più un’eco, una suggestione, un formicolio. I rappresentanti della I e II Repubblica (I… II… III… e invece siamo ancora alla marcia indietro), quei politici di razza ci hanno cresciuto a forza di dichiarazioni pornografiche: eccitavano, ma mai soddisfacevano. Li vedete ancora oggi ogni momento in tivù questi intramontabili rappresentanti delle nostre istituzioni: mai che rispondano a una domanda; gli chiedi l’ora e loro ti rispondono «bianco»; gli domandi «perché», ti replicano «come?». E anche i giornalisti fanno la loro parte: mai che li stringano nell’angolo, mai che ripetano la domanda. Ma nonostante tutto questo, o forse proprio a ragione di ciò, improvvisamente è il linguaggio degli “Stellini” (non c’è proprio verso di trovargli un nome con un po’ di garbo) a sembrarci insipido, inconsistente, sfuggente. C’è però un aspetto del linguaggio dei deputati e senatori del M5S (anche usando la sigla, bisogna pur sempre ricorrere a perifrasi) che ha attirato la mia attenzione. I 5 Stelle (ecco come chiamarli!), quando parlano, non parlano come il loro leader: né nella forza della forma né nella forma che da quella voce ondivaga prendono i contenuti; sembra stiano cercando ancora l’intonazione, come non avessero ancora deciso in che tonalità farsi sentire. E questo è un altro punto di distanza dal resto del panorama politico: a sinistra s’ode squillar troppe voci equivoche; rispondon da destra voci altrettanto troppo univoche. Ma nonostante la molteplicità di cori, l’Italia è senza voce; paradossale che accada nel paese del “bel canto”. A proposito della “solita canzone”; mia nonna diceva, di quelli che riteneva troppo furbi:«La sanno così lunga che non te la sanno neppure raccontare». Eh sì, la nonnina diceva bene; quando la canzone è troppo lunga, non si finisce mai di cantarla: ritornello segue a ritornello, e dopo ogni ritornello ritorna sempre una nuova – medesima – ripresa.

errelombardi

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