Cirielli ovvero la costruzione “sapiente” di un tonfo politico

Cirielli ovvero la costruzione “sapiente” di un tonfo politico
il corsivista

CirielliI dati elettorali più significativi vanno talvolta letti calando la lente d’ingrandimento nelle realtà locali. Spesso il micro-cosmo illustra, con i suoi simbolismi, universi lontani. E così accade che, a Salerno, scopri uno dei più clamorosi fallimenti politici italiani, paragonabile per intensità e travolgimento di terzi soltanto a quello di Gianfranco Fini. “Scopri” nel senso che il fallimento appare tale ai più, ma potrebbe essere, come vedremo, soltanto “apparenza”…

L’autore del tonfo sordo, e del sacrificio che per l’ostinazione della sua azione temeraria ne è derivato a un’intera classe dirigente (poche aquile, per la verità, ma un fiore da salvare lo trovi sempre, anche nelle paludi), si chiama Edmondo Cirielli, che per comodità e solidarietà umana, da questo momento, chiameremo soltanto Edmondo. È un ufficiale dei carabinieri, il nostro, sulla cui carriera nell’Arma (egli se ne fregia ad ogni giro di parola) rinviamo alle cronache giornalistiche e alla memoria del tempo che fu.

Da politico, la sua carriera più rilevante inizia quando diventa presidente della Provincia di Salerno, qualche anno fa. Fino a quel momento, da consigliere regionale e poi da parlamentare, non aveva lasciato traccia. Fracasso, rumore, proclamini stizziti, ma tracce rilevanti proprio mai. Al suo nome legano una non fortunata legge che Edmondo, per la verità, non volle più firmare. Legge che si chiama, pertanto, Cirielli ma con tanto di “ex” davanti, prefisso che gli nega provvidenzialmente la paternità.

Arrivato a Salerno, prescelto come candidato al vertice di Palazzo S. Agostino proprio dai poco amati Mara Carfagna e Italo Bocchino, si attiva in una improbabile contesa politica con Vincenzo De Luca, dal quale però non ottiene ascolto nemmeno distratto né gliene deriva consenso pubblico, stante il disequilibrio tra stature politiche disomogenee e oggettivamente imparagonabili: De Luca, personaggio nazionale, simbolo del civismo italico (a torto o a ragione, ma simbolo è stato ed è tuttora), e lui, Edmondo, che simbolo non è mai riuscito ad essere, nemmeno regionale o provinciale o in scala ridotta in casa propria, parliamo dell’ex Msi o dell’ex An, e non lo diventa nemmeno quando varca il Parlamento e ottiene cariche parlamentari di un certo rilievo. Il nostro, come la sua storia personale e politica rileva, si è sempre riparato dietro figure protettive di caratura nazionale, prima Alemanno e poi, in ultimo, Larussa e Gasparri, quest’ultimo contro il quale – agli albori dell’attività politica – Edmondo venne alle mani ad Amalfi, la città marinara nella quale il nostro fu solenne uomo in divisa, capitano dei carabinieri, come egli ricorda fino alle più noiose e ricorrenti evocazioni.

L’ufficiale-onorevole, arrivato in Provincia, rivela subito qualità e voglia di scalare il potere per agguantare influenza e visibilità. E che fa? La storia (anche quella giudiziaria che ha indagato e indaga molti dei suoi fidi collaboratori) un giorno lo dirà. L’altra Storia, quella con la “S” maiuscola, difficilmente invece si occuperà di lui: occorreranno ricerche laboriose e profonde per trovare segni forti di attività politica e istituzionale. Su due piedi non emerge nulla, ma attendiamo… Un gran clamore, polemichette a iosa, ma stringi stringi… tanto vuoto a perdere. Quindi che cosa fa Edmondo, ci chiedevamo, a Palazzo S. Agostino?  Proviamo a ricostruire. Qui qualcosa di grosso fa… Soprattutto realizza un’impresa che la storia delle istituzioni democratiche non aveva mai registrato fino al suo avvento, e il cui copyright pertanto gli va riconosciuto senza riserve. Cambia in poco più di un anno 33 assessori, dando vita ad un turnover che, di fatto, consegna alla Provincia una pletora di identità, cucendole in faccia l’immagine del vestito d’Arlecchino. Nemmeno i cambi della guardia dei prefetti (di antica memoria) apparvero mai così precipitosi e immotivati. A volte l’assessore rimosso torna, poi rivà via. Le cattive lingue hanno parlato di controllo dei collegi elettorali attraverso l’incarico assegnato, di premi a portatori d’acqua sempre più scoloriti e professionalmente inconsistenti. La gente cerca una ragione e non la trova, quindi congettura. Accuse ingenerose, però: un ufficiale dei carabinieri, che proclama l’identificazione con territorio e istituzione, non svenderebbe mai la seconda, favorendo del primo la potenzialità elettoralistico-clientelari. No, in quant’a questo solidarietà a piene mani al buon Edmondo! Che ha avuto talmente a cuore il destino della Provincia e la continuità istituzionale dell’Ente da non dimettersi, come la legge gli imponeva, nemmeno per potersi candidare alla Camera. Edmondo si è fatto sfiduciare, sì proprio così, “sfiduciare”, da quanti lo amano e gli hanno dato nei fatti fiducia fino all’olocausto personale, come vedremo. Ingenerosamente gli avversari politici hanno censurato come illegittima la procedura prescelta. Tutta invidia! Edmondo si è finanche occupato di prevedere per il vertice della Provincia una soluzione transitoria di alto profilo. Che sta lì nel palazzo divenuto, a questo punto, Palazzo delle Esposizioni (di superiori e rari generi umani). Vedere e conoscere per credere.

Edmondo per reggere un gioco così forte e impetuoso – nel brontolante Agro Nocerino è elettoralmente forte, coagulo di consensi, solidarietà e tante buone amicizie, mentre nella Salerno deluchiana non è mai riuscito ad entrare nemmeno nell’astanteria delle simpatie pubbliche – ha dovuto fare salti mortali per il controllo del suo amato partito, il Pdl. Ha ingaggiato una guerra con la “nemica” Mara Carfagna, facendole intorno terra bruciata e conquistando enti, amministrazioni, consigli e società pubbliche da gestire. Un ciclone che ha sterminato ogni dissenso. O tempora o mores, ma tant’è!

L’Edmondo si è calato a tal punto nel personaggio da indicare codici di riferimento e scale di valori per poter diventare un coerente pidiellino: territorio, territorio e poi ancora territorio. Alla Mara nazionale, assente a Salerno perché presentissima, poveretta, nel jet set di una Capitale che logora e strema, ha rivolto parole di fuoco, creando di fatto un partito nel partito. Questo il verbo di Edmondo, diventato così il custode dell’ortodossia della fede (nel Pdl), fino a qualche settimana prima della campagna elettorale. Una fede incrollabile, che lo ha spinto a bacchettare chi si allontanava dal suo nucleo/fucina tinto di “azzurro”. Ratzinger alla Dottrina della fede era più tollerante. Ma l’inflessibilità si spiega: la fede dei convertiti diventa d’acciaio, don Lisander docet. Il nostro più importante scrittore non avrebbe mai scritto, infatti, senza quel crogiolo sentimentale, il capolavoro di Renzo e Lucia.

Però, ad un tratto, che cosa accade? Accade che Edmondo, folgorato non si sa bene su quale via, dopo aver condotto in nome e per conto del Pdl l’assalto ad enti ed istituzioni, soprattutto nel campo della Sanità, “tradisca” proprio quel Pdl munifico nei suoi confronti, di cui fu peraltro custode e secondo le cattive lingue “padrone”. “Tradisce”, Edmondo, e si rifugia, due mesi fa, nel risorgimentale abbraccio dei Fratelli d’Italia. Tutta la sua classe dirigente lo segue. Egli convince i seguaci parlando di territorio e di meritocrazia, ideali non praticati – questa la sua critica – da quel partito del quale pure fu importante artefice e con il quale, da “fratello d’Italia”, si coalizzerà per volontà dei suoi nuovi leader.

Per il rotto della cuffia Edmondo, dopo aver previsto valanghe di consensi e tanti eletti, ha salvato soltanto il suo seggio parlamentare e la sua schiera folta di seguaci e segugi è rimasta senza un presente e men che mai con un futuro. La sua odiata Mara è stata da lui indirettamente rilegittimata, nonostante la parlamentare non sia stata mai un esempio di presenza a Salerno e in provincia. Se c’era un mondo dei fini da raggiungere, Edmondo ha seguito la traiettoria opposta, e i suoi fini sono così fini…ti. Ha ottenuto, infatti, voti in dosi pediatriche, nonostante l’intero potere conservato sulla carta e i suoi fan sloggiati dal Pdl e trasferiti in un battito di ciglia, su suo ordine, sotto l’egida dell’inno di Mameli: con il pugno di voti ottenuti a Salerno-città il nuovo partito di Edmondo avrebbe eletto un consigliere comunale, o poco più. Praticamente, il nulla, nonostante la Provincia ben stretta tra le mani e non mollata nemmeno quando appariva concreto il rischio di giocarsi l’agognata candidatura al Parlamento. Però, Edmondo come un altero condottiero solitario si è salvato, il sacrificio di tutti è servito a preservargli la poltrona… E non è poco.

Mara ha potuto così capitalizzare indisturbata su Salerno il gran lavoro del suo mentore Silvio, diventando simbolo di protagonismo e di successo; quella stessa Mara che, nemmeno nelle occasioni più drammatiche, quando ruggiva la rabbia dei licenziati, si è mai vista in terra salernitana, neanche per un saluto di prammatica; eppure lei, allora, era ministro, il più bel ministro d’Europa, come Berlusconi recitava incantato, e certa stampa docile e ossequiosa pedissequamente riportava.

Il capolavoro (autolesionistico) di Edmondo diventa così un dato inquietante e inspiegabile. E pensare che per il riuscito controllo congressuale del partito, controllo, “a fin di bene”, è ovvio, di quel partito amato e poi abbandonato in trenta secondi, vi sono perlomeno due processi in corso, nei quali il nostro, va detto, non è indagato: uno sfociato in recenti arresti (favori all’Inps in cambio di tessere) e un altro che è affidato alle cure dei magistrati anti-mafia, i quali ipotizzano relazioni pericolose del personale politico. Non saranno ipotesi vere o dimostrabili, e nemmeno credibili. Non possono esserlo: era o no, quel congresso, controllato politicamente da Edmondo, ufficiale dei carabinieri nel cuore e nel sangue, che ama la verità, la rettitudine, la giustizia e l’Italia sopra ogni cosa?

redazioneIconfronti

Un pensiero su “Cirielli ovvero la costruzione “sapiente” di un tonfo politico

  1. Quello che sconvolge di questo ufficiale-deputato è il piglio di presunto potente di provincia: io l’ho seguito per un po’ immaginando che potesse essere uomo delle garanzie istituzionali, stante la sua provenienza militare, purtroppo però ho dovuto dedurre che quella tanto decantata appartenenza all’Arma è una maschera peraltro molto fragile adagiata sul suo volto. Lo sconcerto mi colse quando rivendicò amicizia antica e solidale rapporto con un tizio dell’Agro dal cognome roboante che, francamente, una persona perbene non potrebbe conoscere e frequentare e comunque non avrebbe motivo di ostentarne l’amicizia. Proprio nessuno… E così è accaduto per altri personaggi che, perlomeno a livello di ascendenze familiari, sono o sono stati sotto i riflettori della giustizia. Non è possibile osare tanto senza rischiare di mandare in frantumi la propria credibilità. Io credo che sia un’ostentazione di forza e di sicurezza, che nasconde in effetti una grande fragilità, visti anche i risultati politici raggiunti, molto esigui se non trascurabili. Il cambio di 33 assessori, d’altra parte, dimostra in quale considerazione quest’uomo ha i suoi stessi collaboratori, numeri o tasselli, nulla di più. Ad ogni modo, l’elettorato ormai lo ha bocciato nelle sue ambizioni della vigilia (“prenderò il 10%”, tre parlamentari e così via) di fatto limitando i danni che avrebbe potuto fare. Ora aspettiamo di conoscere dalla magistratura gli esiti delle indagini sul congresso Pdl, che l’ufficiale-presidente vinse a mani basse, e forse potremo capire se e in quale misura vi siano state alterazioni di quel libero consenso. Il fatto che se ne occupi l’antimafia non ci fa stare molto tranquilli. Dopodiché – quando gli accertamenti saranno compiuti – potremo formulare un giudizio più fondato e certo su questa leva politica che, francamente, non rimpiangiamo.

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