Colpo al clan Falanga: 35 arresti per estorsione

Colpo al clan Falanga: 35 arresti per estorsione

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Marito, moglie e tre cugini erano coinvolti nell’organizzazione criminale sgominata oggi a Torre del Greco (Napoli) e accusata di estorsioni a imprenditori della zona. Ventitré delle 35 persone raggiunte dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del tribunale di Napoli ed eseguita dagli agenti del commissariato di polizia di Torre del Greco (Napoli) nei confronti di soggetti ritenuti vicini al clan Falanga, erano già detenute per altri reati. Le indagini, svolte con l’utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali, si sono avvalse anche del «contributo di diversi collaboratori di giustizia», come afferma il procuratore aggiunto della Repubblica di Napoli, Rosario Cantelmo. I collaboratori di giustizia hanno «permesso – aggiunge Cantelmo – di acquisire adeguato materiale probatorio relativamente all’operatività dell’associazione per delinquere di stampo camorristico facente capo a Domenico Falanga». Domenico Falanga è il figlio di Giuseppe Falanga, conosciuto come “Peppe ‘o struscio”, capo dell’omonimo clan e già in carcere. Non solo: insieme a Domenico Falanga erano coinvolti nelle attività del clan, a cominciare dal racket delle estorsioni, la moglie Carmela Cangiano e i cugini Domenico e Salvatore Gaudino e Aniello Pompeo. Insieme ad altri affiliati al clan, avevano dato vita ad un’associazione dedita alle estorsioni nei confronti di imprenditori operanti nella gestione di apparecchiature da gioco presenti dei bar e nei circoli privati. Sotto la minaccia degli estorsori, secondo gli inquirenti, erano finite anche farmacie e supermercati. Le indagini che hanno portato all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 35 soggetti ritenuti vicini al clan Falanga eseguiti questa mattina dagli agenti del commissariato di polizia di via Sedivola, guidato dal primo dirigente Paolo Esposito, hanno portato all’accertamento di «gravi episodi di violenza e minacce – afferma Cantelmo, in una nota – ai danni delle parti lese, in alcune occasioni anche mediante l’utilizzo di armi». Spesso gli imprenditori vessati erano costretti a versare «rate» mensili o a scadenze prefissate. E quando le vittime provavano a sottrarsi alle richieste estorsive, alcuni dei soggetti oggi raggiunti dai provvedimenti restrittivi «organizzavano – spiega ancora Cantelmo – all’interno dei circoli ricreativi veri e propri raid nel corso dei quali, per dare forza alle minacce, gli apparecchi da gioco venivano danneggiati, resi inservibili o, nella migliore delle ipotesi, fatti spegnere dagli stessi gestori sotto la minaccia di ritorsioni».

m.amelia

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