Home
Tu sei qui: Home » Archivio » Come Anna diventò Karenina

Come Anna diventò Karenina

Come Anna diventò Karenina
di Luigi Zampoli

Non è semplice identificare il genere teatrale in cui collocare “Karenina. Prove aperte d’infelicità”, di Sonia Bergamasco e Emanuele Trevi, tratto dal romanzo di Lev Tolstoj, per la regia di Giuseppe Bertolucci, in cartellone questi giorni al Teatro Ghirelli di Salerno. Se è vero che la negazione contiene in sé l’affermazione nascosta, possiamo agire per sottrazione e scrivere che non si tratta di un adattamento teatrale, né di una riduzione, men che meno, ovviamente, si può parlare di una trasposizione teatrale dell’opera tolstojana. Sono le impressioni di una genesi. Come nasce e si sviluppa l’idea di un capolavoro, la struttura originaria, il plot narrativo, i personaggi che da portatori di nomi si trasformano in archetipi di stati d’animo e condizioni individuali. C’è una donna in nero minimale sul palcoscenico, un pianoforte a coda nero che prenderà “vita” e ancora tutto nero intorno. Tra le note di Tchajkovskij inizia il suo viaggio alla ricerca di Anna, del “prima”, l’ipotesi di donna che sfiorò Pushkin e prese corpo nella problematica ispirazione di Tolstoj. Ce n’è voluto di tempo perché una figura di donna assumesse le forme definitive di Anna Karenina. Cosa si ritrova nella donna portata sulla scena da Sonia Bergamasco di Anna Karenina? Un gomito femminile bianco di pelle e di luce, quasi penzolante da un pianoforte; è l’immagine circolare, all’inizio ed alla fine, del senso di abbandono di una donna contro il suo tempo, un corpo estraneo al mondo circostante e consumato da una passione ansiosa e tragica.
kareninaLe movenze della Bergamasco raccontano più delle parole stesse, la sua Anna si dibatte tra cuore e nervi, desiderio isterico e irrimediabile sconforto. Anna intraprende un viaggio irrazionale verso il suo conte Vronskij, sapendo di infilarsi un tunnel d’illusioni che avrà l’unico esito possibile; l’infelicità che è il preludio all’autodistruzione. La Bergamasco non si risparmia in scena, la sua è una corsa furente, come lo fu il viaggio di Tolstoj nella fase di gestazione del romanzo e come la stessa Karenina “vive” nell’opera. Il pianoforte in scena è il tappeto sul quale Anna si appropria della sua vicenda, sottraendola all’autore stesso che può solo dire ”C’era una signora che lascia il marito per un altro … una passione ardente … lei arriva a Mosca, si arrabbia contro una serie di cose e si è buttata sotto il treno”. I suoni della tastiera si spostano sulle corde assumendo accenti freddi e glaciali, quando l’infelicità non ha più vie d’uscita. Sonia Bergamasco fa del puro impressionismo in scena, se è vero che la creazione di Anna Karenina è la storia di errori e ripensamenti tumultuosi, così come tumultuosa è la sua storia nella prosa, lei ci restituisce appieno i contenuti di un prologo che già contiene tutti gli elementi di quella disperata lotta ad ipocrisia e conformismo che tracimerà nella disperazione che ritroveremo all’epilogo. Frammenti carnali di un’esplorazione all’interno di una divorante passione, Anna è messa a nudo prima che diventasse letteratura, prima che diventasse “Anna Karenina”.

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3646

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto