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2. Come fuggire da noi stessi?

2. Come fuggire da noi stessi?
di Rino Mele

Nella nostra Napoli devastata, la violenza s’alza sempre come su una scena gonfia, esasperata dal godimento sottile di sapersi osservata. Nel suo secondo viaggio a Napoli, nel 1343, Petrarca assiste a quelli che credeva divertenti spettacoli e, invece, erano giochi gladiatori: ubi more pecudum sanguis humanus funditur (“nei quali, come se fosse di pecora, si sparge il sangue degli uomini”). Non solo la guerra è interminabile -ne ho parlato la settimana scorsa su questa pagina- ma, anche quando la neghiamo, ricostruiamo nei nostri quotidiani comportamenti, nei gesti e nelle figure dei giochi, la nostra sete di uccidere, di cancellare il nostro vicino. Quelli agonistici, ad esempio, spesso simulano la guerra e, a volte, ne imitano il sangue e il ribrezzo. Questo scenario lo incontriamo in una lettera di Petrarca al cardinale Giovanni Colonna, scritta il 1 dicembre del 1343. Era affascinato e turbato dalla bellezza di Napoli che, come nessun’altra città, nel suo miele versa il veleno della violenza. Petrarca la paragona a una foresta: “Le strade sono assediate da giovani nobili armati, così sfrontati che né l’educazione familiare, né l’autorità civile, né la maestà e gli ordini del re riescono a domare”. In questa lettera narra di aver assistito, vicino Nola, a Carbonara, “officina d’inumana crudeltà”, a un delitto sotto forma di spettacolo gladiatorio e di esserne rimasto inorridito fino a fuggire da quel luogo dove pure erano presenti la regina e “il reuccio Andrea” (Re Roberto d’Angiò era morto da pochi mesi). I giochi gladiatori erano stati proibiti da Giovanni XXII, ma la condanna era valsa poco se Benedetto XII l’aveva -solo quattro anni prima del racconto di Petrarca- revocata. Gli amici che l’avevano condotto a Carbonara di Nola gli avevano detto che avrebbe assistito a divertimenti straordinari e, invece, erano giochi di morte. Presenti molti nobili e, finanche, il principe d’Ungheria: “C’era la regina e il reuccio Andrea, posto che mai cinga la contrastata corona, c’erano tutti i cavalieri napoletani: nessuno è più elegante e appariscente”. Possiamo immaginare il popolo, api impazzite nello spettacolo. All’inizio, Petrarca non riesce a capirne il senso, il piacere che ne deriva, quali regole lo reggano, lo schema di comportamento dei partecipanti. Poi, all’improvviso, vede. Allora fugge via: l’immagine di Petrarca che sollecita il cavallo alla fuga (equo calcaribus adacto) è straordinaria: “All’improvviso come per un lieto evento un applauso incontenibile si leva al cielo. Mi guardo intorno ed ecco che un bellissimo giovane crolla ai miei piedi trapassato da un pugnale aguzzo”. La scena si spezza, la visione resta come sospesa. il suo sguardo è incredulo. Gli elementi stentano a incastrarsi, la perfidia di un pugnale e la bellezza del giovane. Petrarca abbandona subito quel teatro di sangue, dimentico dei suoi doveri, non saluta nessuno, disprezza tutti: “Inorridisco e col corpo percorso dai brividi aizzo il cavallo e fuggo da quel tetro spettacolo infernale, indignato per l’inganno dei compagni, la crudeltà del pubblico, la follia di quei giochi”. Ricorda che Virgilio nelle “Georgiche” aveva cantato “la più dolce delle città”, e la struggente seduzione di quei luoghi rende la sua vergogna più acuta, più aspro il disprezzo, e il dolore. Resta la sua figura, come un’immagine d’aria, mentre spinge il cavallo alla corsa.

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Commenti (1)

  • Teresa Nastri

    Impressionante l’evento /spettacolo narrato – sublime la risposta del cor “che s’addolora”… e dello spirito che va gridando “pace pace pace”, offeso dall’insensatezza della violenza perpetrata dall’uomo sull’uomo. Grazie per la lezione.

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