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Come opporsi alla democrazia renziana, grillina e berlusconiana

Come opporsi alla democrazia renziana, grillina e berlusconiana
di Andrea Manzi

Matteo Renzi avrà letto qualche edizione ridotta e semplificata di Al di là del principio del piacere di Freud: “La meta di tutto ciò che è vivo è la morte”, scrisse il neurologo e psicoanalista austriaco. Perciò, forse, non sembra manifestare stupore e dolore per la morte progressiva del suo Pd. Ben oltre i misteri insondabili della psiche del segretario, c’è però il dato di fatto di un abisso nel quale il partito, con lui alla guida, è precipitato a dieci anni dalla nascita. Le intenzioni di voto raccolte recentemente da Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera danno i Dem ancora in calo rispetto al recente dato siciliano, i 5 Stelle in salita e, proiettando la previsione sulle prossime imminenti Politiche, lasciano supporre che il centrodestra agguanterà circa la metà dei collegi. Presumibilmente, FI, Lega e FdI conquisteranno 253 seggi, di cui 114 nell’uninominale. Per il partito che avrebbe dovuto riformare la politica italiana e segnare la nascita di una grande forza riformatrice, altri sei punti persi in pochissimi mesi, con una tendenza a procedere verso la marginalità, inaugurata il giorno dopo le elezioni europee, con le quali Renzi debuttò trionfante sul podio della iattanza partitica. Da allora mai più vittoria è stata a lui possibile: come se gli elettori avessero inteso dirgli “basta conoscerti per non votarti”; e infatti non lo hanno votato, mentre le cronache politiche registravano l’inarrestabile diaspora di tutto il nucleo fondatore del partito. “Noi non c’entriamo con questa Cosa che stai mettendo su” – sembra abbiano voluto dire a loro volta i fuoriusciti al segretario – “e rifiutiamo il tuo mondo di metamorfosi che non sono evoluzioni né rivoluzioni, ma mistificazioni”.

Numeri a parte, con una legge elettorale che imporrà accordi tra partiti scheggiati in segmenti prevalentemente affaristici, ereditiamo una politica che dipende da personaggi arcani (Renzi, Berlusconi, Grillo). Nessuno dei tre siede in Parlamento, ciascuno dirige i giochi dalla postazione dei propri interessi, mentre circa la metà del corpo elettorale è scomparso dai radar, con inquietanti coalizioni fantasmatiche all’orizzonte. Il professore Luca Ricolfi ha messo tutti sull’avviso della possibile degradazione del principio di governabilità. Non esiste nemmeno più la finzione dell’elezione diretta del premier, in piedi nella seconda repubblica perché recuperata dalla vaga idea bipolare dei vecchi sistemi elettorali (“Mattarellum” e “Porcellum”). Oggi, con un tripolarismo macchinoso e la quasi certezza che nessuno dei tre schieramenti prevarrà al punto da determinare un governo nazionale, si potrebbero immaginare le alleanze tattiche più strane. Ricolfi ne enumera alcune: Pd-Forza Italia, oppure Lega-Forza Italia-Pd o, ancora, Cinquestelle-Lega. Siamo cioè giunti al paradosso, a un dato politico che, per bizzarria, contraddice l’esperienza e l’opinione comune, con un Parlamento che si preannuncia perfettamente simile a quello che abbiamo già, in gran parte nominato, deposito di materiale organico deperito e dannoso.

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Dicevamo del disastro di Renzi, frutto di palese incapacità e inadeguatezza, anche simbolica; ma va aggiunto che l’assenza di un asse politico e culturale preesisteva. Era, cioè, evidentissima già con Bersani e, prima ancora, con Veltroni. C’era solo un’aggregazione funzionale, non sostenuta da alcuna cultura politica condivisa. Un partito così nato e costruito è di per sé sospeso sul vuoto, dibattuto tra la necessità dell’alleanza e l’affermazione del primato, tra la propaganda dell’identità e la sotterranea combine con tessere parlamentari ondivaghe e corruttibili, utili a rapporti che hanno fatto sprofondare la situazione in un pragmatismo parossistico e impolitico (caso banche docet).

Una causa di tale deriva può essere individuata nell’esclusione della cultura liberale dall’atto fondativo del Pd: si tratta di un tentativo sostenuto con coraggio (infruttuoso) da Pannella e Occhetto, ripreso nel 1993 da Claudio Martelli, attraverso una Federazione democratica, che intendeva recuperare una tradizione politica diversa da quella bloccarda e pattizia di post-comunisti e post-democristiani consorziati. È passato molto tempo da allora e l’Italia non solo è impoverita, ma stenta a riconoscersi: non vede futuro e Romano Prodi ha parlato l’altro giorno del “baratro” su cui ci troviamo.

In questo quadro, forse, è ancora possibile un estremo tentativo di rivitalizzare la cultura politica (il che, in sé, costituirebbe un’insidia per i 5Stelle) e opporsi alla decadenza collettiva: ma occorre rivolgersi soprattutto alla mezza Italia che non vota, che non crede in questa democrazia grillino-renziana-berlusconiana. Cosa fare? Occorrono gesti forti, lontani dalle dissolvenze del ‘principino fiorentino’. Servono intese tra la sinistra più ampia possibile e il centro più progressista e meno nostalgico, individuando candidature di qualità, uomini in grado di riportare l’agorà al centro della politica, allontanando gli addetti ai lavori e i mestieranti; una politica che tagli via innanzitutto i ‘diritti dinastici’ alle candidature e le rendite di posizione. Una politica che la smetta con le auto-rappresentazioni di questi nostri uomini-leader, forti solo della loro disperazione.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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