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Comprendere il senso dei prodigi e lo stile dell’amore di Cristo

Comprendere il senso dei prodigi e lo stile dell’amore di Cristo
di Luigi Rossi

Giusto de' menabuoi, Nozze di Cana (1376-78, Battistero di Padova)

Il Vangelo di domenica invita a non concentrarsi su fatti prodigiosi come tali, ma capirne il senso: al di là di esso c’è un amore disinteressato di Dio per la sua creatura, una manifestazione di tale amore vince le leggi stesse che regolano i fatti fisici. Il segno é un dito puntato sul mistero di Dio e del suo amore per noi. Nel caso di Cana, il tema delle nozze descrive il rapporto tra Dio e tutti noi, il simbolismo dell’amore nuziale assolutamente unificante, l’amore che tende a farci essere una cosa sola con lui.
Torniamo quindi ad ammirare una realtà che è segno: esso ci invita a guardare oltre e ricercare un significato più profondo: l’amore di Gesù non è la lista di un programma illusorio ed esibizionista. Egli opera per dare gioia e serenità concreta alla vita di ogni giorno perché il vangelo non la vela con la tristezza, ma induce alla gioia nella consapevolezza che Dio si prende cura di noi.
Mutare l’acqua in vino a Cana di Galilea duemila anni fa che collegamento può avere con la nostra condizione di pianto perché la vita materiale diventa sempre più problematica e la mancanza di valori rende ardua la ricerca di senso?
Che bene può fare un banchetto di nozze al nostro quotidiano? E che senso ha per Dio sprecare la sua potenza in cose così effimere?
Eppure siamo di fronte al segno per eccellenza secondo la prospettiva dell’evangelista Giovanni, il quale comunica le vere dinamiche della relazione con Dio, un rapporto nuziale che evoca ed esalta il dono, la gioia, la festa.
Dio crede che l’amore umano è talmente vicino al rapporto con Lui da ratificarlo col primo miracolo di Gesù. Forza e passione per la vita, la persona vengono prima della ritualità. La speranza in Lui non si rassegna mai perché il rapporto con Dio non è un giogo legale o un invito alla penitenza per espiare colpe. Ciò che avvenne a Cana propone lo stile dell’amore di Cristo, mai astratto, come chi è pronto ad amare l’umanità, ma ignora il vicino che tende la mano in cerca di aiuto. Gesù non vuole grandi scenari per operare, gli è sufficiente una casa modesta dove evita l’imbarazzo a due poveri sposi, nei quali si riflette la nostra condizione.
E’ un Gesù portatore di gioia, con la sua presenza benedice le piccole e le grandi esperienze dell’uomo, conferendo ad esse il senso dell’eternità perché non ci abbandona mai. Anche quando sembra che tutto crolli, c’è Lui a sollevarci. La gioia apre alla collaborazione, all’amore esaltato dai talenti ricevuti da Dio e che possono rendere felici solo se spesi per il bene comune. Perciò, anche noi siamo impegnati ad offrire vino per la sete di felicità del mondo, consapevoli che non averne è un esperienza che, prima o poi, coinvolge tutti quando si sentono stanchi, dubbiosi, senza ragioni per festeggiare.
In queste settimane le statistiche ricordano che i motivi di gioia si stanno riducendo al lumicino. I furbi presentano in otri nuovi vecchie ricette, che hanno già fallito. Eppure in modo ammiccante vogliono carpire la nostra fiducia. Che fare?
Una soluzione la fornisce Maria quando invita a fare qualsiasi cosa dice Gesù: intuizione femminile, che unisce il fare al dire e invita a riempire le anfore, simbolo della necessità dell’impegno per trasformare la vita. Quindi, l’episodio di Cana è anche il “segno” della presenza di Maria nella nostra vita e della sua azione determinante e attiva. Con delicatezza Ella interviene e dimostra la potenza della sua intercessione perché la fonda su un’inesauribile fiducia nel Figlio, del quale sa leggere il cuore.

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