Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Comunico ergo sum / Laboratorio informativo per il Cilento

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Inimmaginabile una comunità vasta e coesa senza un organico e unitario polmone informativo

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 1 della rivista per la promozione dello sviluppo “Il Paradosso”, organo ufficiale della Fondazione Alario per Elea-Velia Onlus, nell’ambito degli approfondimenti sulla Città del Parco, un’ipotesi di riorganizzazione del territorio “attraverso il superamento delle logiche municipali e l’adesione di un moderno progetto a rete”.

di Andrea Manzi *

manzifotoIl moderno progetto a rete nel quale dovrebbe manifestarsi ed evolvere la Città del Parco pone un problema di comunicazione/informazione, che è poi un problema di vita, oltre che di vitalità. Già Aristotele identificava l’atto del comunicare con l’esistenza, perché «tra gli uomini che sanno e quelli che non sanno» – diceva – «c’è la stessa differenza che tra i vivi e i morti». Nella società post-industriale, che ha vissuto l’esasperazione dei processi tecnologici con l’overdose degli ultimi decenni del Novecento, il monito aristotelico appare malfermo e ondivago, esposto com’è a variabili livelli di lettura. I messaggi, infatti, hanno cambiato pelle e natura e tendono ormai alla personalizzazione esasperata. Si è ristretto lo spazio di comunicazione, ogni dialogo si concentra sul singolo. Il pubblico vasto non è più – o lo è, ma solo di rado – il destinatario dei messaggi. La tecnologia, che supporta la conoscenza, appare orientata al servizio esclusivo delle esigenze individuali. Uno stravolgimento che ha indotto alcuni autori a sollevare il tema della morte dei mezzi di comunicazione che avrebbero raggiunto il punto massimo della loro industrializzazione e sarebbero ormai nell’impossibilità di crescere per mancanza di funzioni civiche. A tal proposito Peppino Ortoleva conclude la sua riflessione sui “Mass media – Dalla radio alla rete” ricordando come alcuni autori americani abbiano auspicato, proprio per questi motivi, la fine dell’era della comunicazione, vissuta come “epoca di consumo passivo, di sostanziale conformismo, di omogeneizzazione culturale”. Proprio ciò di cui non ha bisogno una Città come quella del Parco, che intende spezzare il destino dell’isolamento con la forza di idee riformatrici e ri-fondative e ribellarsi così al consumo mediatico subito come una iattura. Siamo in una Città che si pone finalmente l’obiettivo di rinnovare la coscienza civile e inaugurare un’auspicata cooperazione tra Comuni, enti territoriali e collettività.

Sullo sfondo della diatriba esistenziale oltre che ideologica, relativa al ruolo e alle funzioni dei media (se davvero sono sulla via del crepuscolo, la loro fine – dubbio amletico – non è dato sapere se ci lascerà più liberi o più soli, più ricchi o più poveri), risulta arduo delineare funzioni specifiche per la comunicazione e l’informazione di comprensori complessi come quello del Parco del Cilento. Una via d’uscita, però, appare subito chiara se evidenziamo le “difformità” del territorio a sud di Salerno rispetto all’omogeneità convenzionale presunta dagli analisti per generiche aree di riferimento. Ci troviamo difatti in un’area dove permane la forza di penetrazione di mezzi a grande diffusione come la televisione, dove l’analfabetismo informatico è rilevante e più diffuso che altrove e, soprattutto, l’industria della comunicazione ha condotto le sue battaglie globali di colonizzazione prima ancora che nascesse una civiltà industriale, inutilmente attesa da queste parti. In aree economicamente evolute, invece, le due realtà – i media e le industrie – si sono rimescolate e confuse, annullandosi in una poltiglia di sub-cultura.

Se la storia cilentana, con il suo passo ridotto, ha dunque impedito o ritardato conquiste moderne, allo stesso tempo ha però anche evitato che questa terra diventasse un contenitore “unitario”. L’identità di base dell’anima cilentana ha infatti condotto negli ultimi decenni una sotterranea rivolta contro l’omologazione (che altrove ha colpito duro), preservandosi in una dimensione di arretratezza per così dire “difensiva”.

Basti considerare che i dati di vendita dei quotidiani in quest’area, anni fa totalmente squilibrati rispetto a quelli del capoluogo o di centri medio grandi (1-2 per cento contro il 7-8), oggi sono quasi sovrapponibili, per il peggioramento delle vendite nei territori con più lettori. Cilento previdente (oltre che esigente e inappagato per la informazione “subita”) o centri medio grandi in irresistibile discesa nella vertigine del crepuscolo industriale fino ad eguagliare i deficit consolidati da Paestum a Sapri? È certo soltanto un esempio, ma nessuno potrà escludere che la radicata cultura locale di questo territorio abbia opposto resistenze titaniche al massificante mercato globale, al punto che un elemento di debolezza appare oggi come un punto di forza di una città-territorio che prova ad evolvere laddove altre cancellano la propria storia.

Insomma il Cilento sembra preferire il suo passato all’apertura incondizionata verso un futuro troppo asettico, tecnologico e privo di un volto riconoscibile. Ed è infatti evidente che, se con i media moderni la casa degli uomini è diventata “luogo aperto” nel quale sono confluite le notizie del mondo, tale partecipazione passiva ha inferto un duro colpo alla cittadinanza attiva. I membri della società sono diventati tasselli di una “cultura di massa” ispirata ai miti circolanti sui mezzi di comunicazione, segnatempo di una civiltà che si è via via identificata con la memoria, ma non con la storia. Basta osservare le grandi metropoli: enormi contenitori luccicanti e privi di identità, attraversati in lungo e in largo da autostrade informatiche sulle quali si sfreccia alla velocità della luce, con informazioni che nascono inattuali o morte. La modernità del globale senza il locale non attraversa il tempo ma muore nell’istante della nascita, e così la civiltà si spegne.

Ma proprio nell’arretrato Cilento, dove è facile sentire il pensiero meridiano, quel fascino profondo che Franco Cassano coglie «laddove comincia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra, quando si scopre che il confine non è il luogo dove il mondo finisce ma dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con gli altri diventa difficile e vera», in questa terra desolata e virile, esiste un rifiuto a lasciarsi fluidificare dalla multimedialità. È possibile, perciò, in questa città dell’auspicato “governo a rete”, immaginare un polmone informativo che liberi anche la notiziabilità (istituzionale e non) dall’omologazione quanto dal campanile, spingendo l’acceleratore sulle potenzialità comuni di sviluppo e di crescita.

L’Unione dei Comuni, presupposto indispensabile “per rendere organici e coerenti i sistemi di sviluppo”, potrebbe allora manifestare la sua visione strategica anche nell’informazione di comunità, in una gestione – professionalmente efficace e strategica – di memorie, attività e progetti in grado di conferire alla conoscenza la portata strategica di una visione. Sarebbe un primo atto di una coesione inter-comunale in grado di allestire, pur nella preservazione delle volontà comunali e comunitarie di base, un’offerta globale per rendere più autorevole e compatto i messaggi.

Un progetto di inter-dipendenza strategico-informativa favorirebbe un ritorno alle sane origini del computer, delle telecomunicazioni e di Internet, metterebbe cioè in relazione gli uomini, senza più l’angusto limite di frontiere e confini, al punto da farli sentire abitanti del “villaggio globale”. Marshall McLuhan indicò con questa espressione il novum ordo dell’umanità. Purtroppo, il villaggio planetario o globale è troppo grande per poter essere consapevolmente vissuto. Abitarlo è angosciante, gli uomini si sentono in esso dispersi e in pericolo. Qualunque “villaggio”, grande o piccolo che sia, ha bisogno di ancoraggi: storie, memorie, relazioni condivise. Non è possibile “spaesarsi”, ricorda spesso il professore Giovanni Sartori, senza un “paesino” sul cui suolo poggiare i piedi. È la condizione naturale, questa, per non abbandonarsi alla corrente del post-pensiero, alla sterminata quantità di bit che hanno contrabbandato l’ignoranza per virtù.

Nella Città del Parco, campanilisticamente divisa ma intimamente connessa da storie e aspirazioni comuni, informare/comunicare dovrà riportarci alla conoscenza utile, la sola in grado di trarre contenuti e idee dalla realtà locale e non dal “localismo” divaricante. Impegnarsi per tale obiettivo significa convergere sui valori delle località, su uno scenario alternativo rispetto a quello offerto da Internet. La nostra rivista simboleggia questa sfida e chiede alla rete di veicolare i contenuti elaborati, senza confusione di ruoli. Non siamo un laboratorio di derivazione informatica, ma un centro elaboratore di idee al servizio di una comunità vasta che aspira a diventare città articolare e policentrica. Il nostro potrebbe diventare anche il “luogo” di una rifondazione del giornalismo glocal, nel quale – come sostiene il giornalista americano Peter Kann – occorre che torni ad avere un valore preminente la qualità e non il marketing. Nella qualità del giornalismo entra anche il “demos” che oggi francamente scarseggia parecchio.

* direttore responsabile de “Il Paradosso”

 

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