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Con Tom Wolf la notizia batte nel cuore del mondo

Con Tom Wolf la notizia batte nel cuore del mondo
di Rosaria Fortuna
Da qualche giorno è morto Tom Wolf, e fa impressione come il mondo dell’informazione sia cambiato da quando lui coniò l’espressione  New Journalism per indicare una corrente giornalistica nata tra gli anni ‘60 e ‘70  che modificò per sempre il modo di scrivere sui giornali e non solo, corrente nella quale lui stesso si collocò.
Wolf aveva un occhio ipertrofico, occhio che abbinava al desiderio di raccontare la realtà per come la viveva. Questo gli permetteva di affondare nel quotidiano, utilizzando sia le tecniche proprie della scrittura narrativa, sia le tecniche proprie della scrittura giornalistica. Queste sue capacità gli consentivano di frequentare, realmente e letterariamente, tutti i mondi possibili e di restituirli ampiamente dilatati. C’è una cosa però di cui tener conto a proposito di questa commistione e di questa comunione di stili. Wolf mai sganciava la costruzione delle sue storie dallo studio della realtà e questo gli consentiva di innovare e di flettere  lo sguardo di chi lo leggeva. Tutto ciò di cui scriveva non era mai frutto di pura invenzione, ma di rielaborazione, anche attraverso la ricostruzione dei fatti “agganciati”  con una curiosità famelica e poi abilmente raccontati. Qualsiasi cosa gli sembrasse priva di logica, nell’ottica di una visione della realtà multi modulare, Wolf la andava a scandagliare, e proprio nel punto in cui per lui c’era il limite, lì lavorava di bisturi. La commistione di tecniche di scrittura così differenti portò, anche in Italia, alla creazione di un giornale come “La Repubblica” che era anche figlio di questo modo di fare giornalismo. È difficile che oggi possa nascere un nuovo Tom Wolf, perché più che la convivenza e la commistione di generi letterari, utili per raccontare il mondo con maggiore fedeltà,  tenendo conto delle mille sfaccettature del quotidiano, oggi c’è l’esigenza di far passare rapidamente notizie a basso contenuto e di “largo consumo”. Sia chi legge sia chi scrive hanno la necessità di essere velocemente nel testo, ma anche velocemente fuori di esso, visto che mentre legge e scrivono sono proiettati  già  altrove. Allo stesso tempo, questa incapacità di assorbire il reale, e di non filtrarlo in maniera critica, fa prevalere l’effetto narrazione orale, senza il filtro della riflessione propria della scrittura, al punto di portarci nella deriva delle fake news . Questo accade perché il desiderio di narrare di tutti e di tutto si manifesta in chi talvolta non ha a supporto gli strumenti tecnici e critici per farlo, e pure la mancanza di una vera vita di relazione, necessaria per chi scrive, è alla base di questa crisi, per nulla bilanciata dalla socializzare attraverso la rete. Tutto ciò fa ripiombare chi scrive in una sorta di pre-informazione che non è frutto di osservazione e di rielaborazione, ma semplicemente di pre/giudizi che non hanno avuto la possibilità di essere rielaborati e accuratamente vagliati. Così l’utilizzo della lingua scritta diventa solo un’eco che comprende ciò che è giunto all’orecchio, e non è stato filtrato da niente altro che dai timpani, e il racconto dei fatti diventa secondario rispetto al sensazionalismo che si ricerca per fare colpo su chi leggerà. Sensazionalismo che nel New journalism non era fine a se stesso, ma parte dello schema narrativo “olistico” ideato dall’autore, era l’immateriale deus ex machina, mai il protagonista assoluto. Del resto se partiamo dall’abusatissimo, in Italia, mondo culturale radical chic ci accorgiamo che ben poco è rimasto di ciò che Wolf voleva intendere.
I ricevimenti a Park Avenue, a casa di Leonard Bernstein, erano operazioni in cui era predominante l’aspetto sociologico, e la commistione di persone differenti era tale da determinare comportamenti a difesa non solo della classe di appartenenza dei padroni di casa e dei loro amici, ma di tutto il mondo che in quel determinato momento ruotava in Park Avenue. In Italia, i radical chic vivevano chiusi nel loro mondo, e andavano solo a colonizzare quello degli altri, tutto restava non permeabile, l’opposto dell’universo di Wolf. Allo stesso modo, l’idea di poter raccontare il quotidiano alzando sempre più la posta, solo attraverso l’utilizzo del sensazionalismo, sensazionalismo che parla solo alla pancia, porta poi ad inventarsi di sana pianta qualsiasi cosa, al punto da non riconoscere il confine tra ciò che è fake news da ciò che non lo è.  Semplicemente perché si è persa la capacità di preveggenza che è della scrittura tutta e che era di Wolf e che rendeva sensazionali, non sensazionalistiche, le sue narrazioni. Perché  se la scrittura non è più preveggente,  per mancanza di tempo e di riflessione, tanto vale falsificare, seguendo un canovaccio che oggi, con la possibilità, velocissima, di reperire in rete qualsiasi tipo di informazione, è sempre più alla portata di tutti, tanto da rendere indistinguibili, ad un occhio non scafato, il falso dal vero. Un antico problema che, dal Verismo in poi, è anche parte della nostra cultura, e da cui oggi sarebbe molto semplice venire a capo: cercare una voce autentica, non una similmente autentica, e non farsi prendere dall’urgenza di un sensazionalismo privo di preveggenza, che non è neppure  dei troll. Troll che la rete frequentano, ma che non frequentano le fake news, visto che fanno un abbondante uso del ricalco, e quindi di una rielaborazione  del linguaggio, non di una falsificazione delle informazioni come accade invece con le fake news.
Del resto un testo ben scritto che sia di poche righe o che sia di più cartelle deve avere una sua trama sottile ma salda e originale. Una fake news, al massimo, andrà a battere strade già note, e quindi sarà figlia del copia e incolla così tanto di moda. Ma questo non era né di Wolf né del New Journalism, né di chi ancora oggi scrive di mestiere, anche se le fake news per tutte queste ragioni sembrano essere parte di quella corrente, una parte insana ma che forse da lì arriva fino a  noi.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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