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Contributi ai giornali: “nonsolodegregorio”, lo scandalo è più ampio

Contributi ai giornali: “nonsolodegregorio”, lo scandalo è più ampio

Riproponiamo questo articolo, dopo pochi giorni dalla sua pubblicazione sul nostro blog quotidiano, perché nuove iniziative giudiziarie clamorose riguardanti i contributi per l’editoria e presunti, gravi reati e irregolarità, confermano drammaticamente che il settore della stampa finanziata costituisce un terreno sul quale c’è necessità di chiarezza e di ulteriori, approfonditi accertamenti. C’è da chiarire, infatti, ogni risvolto relativo all’impiego del denaro pubblico, così copiosamente investito dallo Stato in aziende non sempre trasparenti e autonome da ingranaggi politici e lobbistici.

il corsivista

Il sequestro dei beni intestati o nella disponibilità del senatore Sergio De Gregorio per i fondi che il quotidiano L’Avanti avrebbe indebitamente percepito dal 1997 al 2009 dovrebbe indurre a formulare qualche considerazione più ampia sul finanziamento della stampa da parte dello Stato. Il problema più spinoso ed urgente non è tanto quello di revocare il sostegno ai giornali, pur intollerabile in costanza di spending review, ma di verificare quanti siano i cloni del senatore De Gregorio. Il sospetto che il parlamentare napoletano sia stato per un lungo periodo in buona compagnia sovviene se si pensa al torrenziale afflusso di capitali a giornali che vivono inspiegabilmente, nonostante questi aiuti, situazioni di profondo disagio, con conseguente umiliazione di giornalisti senza stipendio da mesi o con contratti di solidarietà, peraltro di dubbia applicazione. Dell’anomalia tutta italiana di “giornali più uguali di altri”, destinatari di un assistenzialismo miope e superficiale, e a dir poco intollerabile per le aziende che affidano invece la propria vicenda commerciale alla sola capacità di resistenza in un mercato divenuto proibitivo, si è detto e si scrive anche troppo. I paradossi come questo, si sa, indignano soprattutto quando dagli elenchi delle testate “fortunate” saltano fuori amenità che nessuna rappresentazione teatrale riuscirebbe a concepire, essendo le stesse al di sopra di ogni soglia del verosimile. Chi sa, ad esempio, che oltre ai contributi per testate che sono organi di partito o di movimenti politici e a quelli destinati alle cooperative di giornalisti, ve ne sono anche altri per quotidiani editi da imprese la cui maggioranza sia detenuta da cooperative, fondazioni ed enti morali e addirittura altri ancora assegnati a quotidiani organi di movimenti politici trasformatisi in cooperativa? Il nostro munifico e ultraformalista legislatore ha previsto tutto per non lasciare a secco fogli, foglietti e cartastraccia, insomma proprio nessuno dei richiedenti (o clienti?), e dare una manciata di milioni all’anno a tutti. Le leggi, in questi casi, hanno tratto legittimazione dalla base sociale, da quel flusso della contemporaneità che allinea le necessità e le richieste e le sottopone all’intelligenza (o all’interesse personale o elettorale?) di chi progetta le norme per regolamentare la storia. Quale storia, però? Si tratta, dicevamo, in questo caso, di una storiaccia che andrebbe intercettata e cancellata, salvando con ogni mezzo e sforzo i diritti di quanti comunque, magari a volte inconsapevolmente, hanno risposto con professionalità ad una ambigua chiamata di aziende impure ed etero dirette da politici di quarta fila.
Facciamo un minimo di conti: se un giornale riceve 2 milioni e mezzo di contributi all’anno, in dieci anni ha messo in cassa 25 milioni, cioè cinquanta miliardi di vecchie lire. Poi, magari, quel giornale ha venduto qualche copia e ha raccolto un po’ di pubblicità ed è andato in edicola con un manipolo di giornalisti generosi e sfruttati. Cosa è accaduto, dunque, se tali aziende hanno ancora bisogno di assistenza, non hanno alcun dinamismo aziendale e soprattutto, oltre a non avere una lira in cassa, hanno montagne milionarie di debiti?
La risposta più ovvia è che non sia archiviabile questa spinosa questione dei soldi dello Stato regalati senza molta riflessione a giornali-bidone e bidonati come la semplice vicenda-De Gregorio. In genere si fa così, si adagia la croce sulle spalle di qualcuno, archiviando ogni cosa con la susseguente demonizzazione del presunto, unico reo. No, De Gregorio non è (il) solo. Avrà più di un clone perché altri politici, servendosi di addetti palesemente incompetenti ma utili nel ruolo di cinghie di collegamento, sono implicati in questa vicenda dell’editoria improvvisata (e da mungere). Occorrerà indagare a fondo e, se lo si farà con convinzione e intransigenza, non si potrà non trovare, nella migliore delle ipotesi, in questi giornali drammaticamente offesi da spietate lobbies affaristiche, una fonte di finanziamento per politicanti che hanno ridotto l’Italia, e soprattutto il Mezzogiorno, nelle attuali condizioni.

La salvaguardia dei diritti dei giornalisti deve essere fuori discussione, sia chiaro, ma dovrà necessariamente passare per la denuncia delle situazioni equivoche che si sono verificate nel corso degli anni e che perdurano.
Situazioni allestite da avventurieri grandi e piccoli che utilizzano, talvolta coperti da teste di legno, l’informazione come volano e come arricchimento personale o familiare. Se la presidenza del Consiglio, per ipotesi, prevedesse paracaduti per i lavoratori di tali aziende in cambio di una loro piena, leale collaborazione nella ricostruzione di quanto è accaduto fino ad oggi, liberandoli dal ricatto sul reddito e sulla sopravvivenza, si potrebbe avere un quadro completo di una probabile, gigantesca ruberia, consumata nel segno del pluralismo e della libertà di stampa. Ma ovviamente questo è soltanto un paradosso, con il quale rappresentare la profondità del problema e la difficoltà frustrante di recuperarne l’intera, devastante portata.
La ricerca dei cloni di De Gregorio è quindi un dovere per una democrazia che voglia essere autentica, nel senso di non affidare al solo gesto esemplare la propria vitale vocazione alla giustizia e alla verità.
Noi per fare il possibile e rendere il nostro servizio alla verità, pubblicheremo nei prossimi giorni l’elenco dei giornali finanziati, con il relativo contributo assegnato per il 2010, affinché ciascun lettore possa toccare con mano il ragionevole dubbio che ci assale e avere una coscienza perlomeno tattile della nostra inquietudine.

P.S. Quanto ai contributi regionali, poi, vi sono tv campane che ne ricevono molti grazie alle numerose assunzioni fatte negli ultimi drammatici tempi e documentate agli organismi competenti. Una domanda: come si spiegano tante assunzioni in costanza di gravi crisi aziendali peraltro non taciute dagli interessati e certamente acuite dall’attuale proibitiva congiuntura di mercato? Ed ancora: è possibile avere tanti assunti per realizzare i modestissimi tg che vediamo? In certi clamorosi casi basterebbe una perizia giurata di un giornalista di media esperienza e cultura per arrivare alla verità.

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Commenti (2)

  • vincenzo lupo

    Si tratta di uno scandalo gravissimo, ma perché la magistratura non fa un’indagine a tappeto?
    Con i soldi dei cittadini si possono finanziare strade, ospedali ma non giornali che nessuno editerebbe o leggerebbe se non ci fossero appunto i soldi dello Stato a determinarne la nascita. Quando poi è abbastanza certo e provabile che questo denaro non serve, in parte, a fare i giornali ma a finanziare indirettamente la vita pubblica di politici di piccola tacca e di grande arroganza (c’è un caso a Napoli che andrebbe censurato immediatamente), allora la situazione è colma.
    Monti non può non intervenire se non vuole essere associato ai politici che erano al governo prima di lui.

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